LA RISVEGLIA
quadrimestrale di varia umanità
Numero 7/8 -- Maggio - Agosto 2001 / Settembre -Dicembre 2001 --


Un incontro a Valeriano

“Carlini” il rivoluzionario, nella tormenta del '900

I carteggi, che avevo consultato a Roma e in altri archivi, segnalavano la presenza di un rivoluzionario italiano, di nome “Carlini”, a Marsiglia e a Barcellona fra il 1935 e il 1939. I giornali trotskisti francesi (1) si erano interessati più volte di lui e avevano lanciato degli appelli in suo favore, quando, insieme a Grandizo Munis, era rinchiuso nelle carceri della Catalogna, accusato ingiustamente d'“espionnage” e di essere coinvolto nell'assassinio di un agente della Ghepeù, lo stalinista Leon Narvitch. Molti veterani dell'emigrazione europea - italiani, francesi, spagnoli - si ricordavano bene di questo sovversivo italiano, perché avevano faticato con lui a Marsiglia, perché avevano conquistato, insieme a lui, Monte Aragón, e ascoltato in quella notte di festa il comandante della “Lenin”, Enrico Russo, che cantava: “Quanno spunta a luna a mare chiaro...”, perché erano passati, assieme a lui, per le prigioni catalane e per i campi della fame e della miseria della Francia meridionale, dove gli ex di Spagna si cibavano di canne palustri e morivano di malattie polmonari e persino di lebbra.

“Un uomo devoto alla causa, una persona seria”, raccontava di “Carlini” il bordighista Emilio Lionello, un altro rivoluzionario, che aveva sofferto le carceri fasciste e l'esilio oltr'Alpe, che aveva lottato in Aragona e aveva conosciuto i campi di detenzione catalani, quelli di internamento francesi e quelli di sterminio nazisti...

“Ma come si chiamava?”

“Per me era semplicemente “Carlini” o “Adolfo”. Sapevo che era trotskista, ma non del gruppo di Fosco”.

E Virginia - l'antica compagna di Fosco - confermava: ““Carlini” è venuto qualche volta a trovarci a Barcellona, ma non faceva parte del gruppo di “Le Soviet”, era membro della sezione bolscevico leninista di Munis, aveva vissuto a Marsiglia, prima della guerra civile, era molto diverso da Aldo, da Pino, da Guido, il chioggiano... Come Fosco, aveva rotto con la frazione bordighista in Francia per unirsi a Trotsky, dovresti cercare su “Prometeo” e sulle riviste della frazione di sinistra...”

E Renato Pace - un altro miliziano della “Lenin”: “L'ho conosciuto abbastanza bene, siamo stati insieme a Huesca e a Monte Aragón, io, lui, Bruno Zecchini, Bruno Sereni, Mario Bramati, Salvatore Velotto, Enrico Cesarin, Placido Mangraviti... Era trotskista, si faceva chiamare “Filippo”, dopo il 1945 è stato per qualche tempo con noi, nel “Partito comunista internazionalista”, con “Battaglia comunista”, l'ho incontrato a uno dei nostri congressi...”.

Così, per saperne di più, andai a Milano, a casa di Onorato Damen, che del “Partito comunista internazionalista” era stato il fondatore e continuava ad esserne il principale esponente. Alle mie richieste Damen rispose senza entusiasmo che ignorava il vero nome di “Carlini”, pur ricordando bene che era vissuto a Milano nel secondo dopoguerra, lavorando per una azienda tramviaria: “Con noi internazionalisti “Carlini” è rimasto per poco tempo, verso il '46 si è collegato - era naturale - ai trotskisti del P.O.C. e ad Enrico Bellamio, che a Milano era apprezzato per il suo notevole passato... Ma non capisco perché ti interessi di storie personali, e non di linee e programmi politici...”

Ringrazio Damen e me ne vado. Qualche tempo dopo provo a rivolgermi a Arturo Schwarz, un critico d'arte, a lungo trotskista, che ha diretto quella bella rivista, che erano i (non superati) “Quaderni del medio oriente”, e poi ha abbracciato le idee anarchiche, scrivendo per “Umanità nova” una serie di articoli illuminanti sulla Comune di Parigi. Ma Schwarz mi risponde cortesemente di non sapere nulla di “Carlini” e di non averlo mai incontrato.

Pensa e ripensa, mi prendo la libertà di disturbare il più conosciuto trotskista italiano, il prof. Livio Maitan, che nel 1966 ha tenuto a Follonica una fortunata conferenza sull'America latina, che è stata ciclostilata dal “Circolo L'Incontro”.

““Carlini”? - mi dice subito l'ancien segretario della Quarta Internazionale - Ma è Sedran, Domenico Sedran. Abitava a Milano, è stato con noi a lungo, ha fatto parte dei Gruppi comunisti rivoluzionari (la sezione italiana della Quarta Internazionale). Chiedi al Comune di Milano, perché è tornato in Friuli, dopo essere andato in pensione. Non so dove viva oggi, ma all'anagrafe di Milano sapranno certamente dirtelo. Sì, è stato in Spagna, in Francia, in Belgio, una vita generosa, molto ben spesa...”

Consigli utili, quelli di Maitan. Infatti, il Comune di Milano mi informa che Sedran abita a Valeriano, provincia di Pordenone, e che la sua casa è situata in via Roma. Vado a consultare gli orari delle FFSS: per arrivare a Valeriano dovrò passare per Bologna, Venezia e San Giorgio di Nogara. Di lì proseguirò fino a Palmanova, dove conto di trovare un autobus per Valeriano.

Bene, anzi benissimo, perché a Palmanova andrò a parlare con Totò Gabassi.

Il viaggio in treno è lungo. Partenza da Follonica alle sei del mattino. A Firenze trovo un treno per Bologna. Nel pomeriggio proseguo da Mestre per San Giorgio di Nogara, dove prendo al volo la coincidenza per Palmanova.

Ho l'indirizzo di Gabassi, ma, quando scendo nella città fortificata, mi viene in mente - curiosamente - Alessandro Musiello, un saldatore di vipla, originario di Palmanova, un tipo simpatico, con il quale ho lavorato molti anni prima nei cantieri industriali, ai tempi dei piombisti Rosina (il vecchio) e Pedroni e del carpentiere in legno di Longarone, Antonio Bez. Chissà dove saranno oggi, mi chiedo, chissà dove li avrà trascinati la vita. La casa di Gabassi (2) non è distante, la raggiungo a piedi. Mi accolgono con molta gentilezza. Lui - l'antico sodale di Tornielli (3), quando era a Torino, dove venne più volte arrestato per le sue idee, insieme a Tignetti, Bosso e Gigi Danielis - è vecchissimo e molto provato, la moglie, che è la sorella di Giovanna Costantini (4), è assai anziana. Rinuncio all'intervista (che mi pare francamente inopportuna, date le condizioni dei miei ospiti) e mi limito a fare quattro chiacchiere. Alla moglie racconto che due mesi prima ho visto a Milano Mauro, il figlio del loro defunto cugino Giacomo. La Costantini accenna al “processone”, alla dura condanna che ebbe Giacomo, ai tanti anni che passò nelle prigioni fasciste, prima di emigrare clandestinamente in Francia, dove si ricongiunse alla frazione bordighista. E' ormai tardi, s'è fatto buio. Dopo aver gradito un caffè e salutato i Gabassi, non mi faccio scappare l'occasione di visitare la celebre città - fortezza (dichiarata - leggo oggi su una guida comprata in quei giorni - monumento nazionale dal 1960) edificata dai veneziani a cavallo fra il Cinquecento e il Seicento per difendere il territorio della Serenissima dai Turchi e dagli Austriaci. Struttura imponente: la pianta è a poligono regolare a nove punte: dalla piazza centrale si dipartono a raggiera le strade che portano alle mura. La guida racconta che Palmanova (la città pare che debba il nome attuale al primo Napoleone) dette un contributo esemplare al nostro Risorgimento, resistendo tenacemente - come la Venezia del Manin, del Tommaseo, del Castelli - agli Austriaci nel 1849.

Verso le nove mangio frugalmente in un trattoria, poi dormo in un alberguccio e l'indomani mattina salgo su un autobus, diretto a Valeriano.

Il paese è piuttosto piccolo. Appena sceso dalla corriera, entro in un bar, dove trovo una graditissima sorpresa: in alto, dietro il banco della mescita, sono esposti due uccelli straordinari, tipici di queste zone: il primo è un gufo reale bene impagliato, il “bubo bubo”, oggi rarissimo in Italia. Lo osservo, pieno di ammirazione: questo fierissimo cacciatore notturno, dal volo silenzioso, sarà alto settanta centimetri, ha le ali parzialmente aperte e due “orecchie” (grandi ciuffi) sul capo, è molto robusto e poggia i lunghi artigli su un trespolo di legno, lucidato con una mano di coppale. Accanto al grande rapace una delle sue prede preferite: un maschio di gallo cedrone, il “tetrao urogallus”. Più di ottanta centimetri di altezza, il petto è verde, la pelle del capo è scarlatta, ha una specie di barba di penne nero verdastre, la coda nera macchiata di bianco. Il barista mi dice: “Belli, vero?” “Straordinari”, faccio io, ancora sbalordito, domandandomi come qualcuno abbia potuto abbattere due meraviglie come quelle, che mi stanno davanti. Bevuto il caffè, chiedo di via Roma. Il barista me la indica, gentile.

Pochi minuti dopo suono alla porta di Sedran. Sono un po' titubante, non ho alcuna presentazione, e so - per modesta esperienza - che in un caso come questo potrebbe essere utile. E poi mi dico ci vuole un bel coraggio a presentarsi, da perfetto sconosciuto, in casa di una persona per chiederle di raccontarti la sua vita. E quale vita!

La porta si apre. Davanti a me un uomo di media statura, dall'apparenza solida, bianco di capelli. “Domenico Sedran?” Mi risponde di sì. Non so perché, mi pare di conoscerlo da sempre. Gli spiego le ragioni che mi hanno indotto a salire fino a Valeriano, accenno ai suoi compagni di lotta, che ho conosciuto. Lui mi presenta la moglie e mi fa accomodare. Gli propongo di registrare la conversazione. E' d'accordo e comincia a parlare.

E' nato a San Giorgio della Richinvelda nel '5, ha fatto soltanto le prime classi elementari, ha cominciato prestissimo a lavorare. E' emigrato per ragioni economiche nel 1922, andando in Francia, con altri compaesani. Dapprima ha fatto l'operaio generico, poi ha imparato il mestiere del falegname: “Ero antifascista. Lo ero già nel 1922. Sono andato via nel maggio 1922, quando già essi [i fascisti] avevano cominciato le loro prepotenze, le loro violenze, che io odiavo. Essi erano contro gli operai, come si capiva fin dall'inizio; qui essi avevano bruciato la bandiera rossa. Era il loro solito biglietto da visita... All'estero poi ho lavorato due anni in una ditta italiana nelle regioni devastate dalla guerra”.

Gli chiedo quando si è iscritto al partito comunista. Risponde che, dopo qualche tempo che era a Verdun, è andato nella regione parigina: “Là c'era più emigrazione politica. C'erano [degli italiani] provenienti dalla Romagna, dalle Marche... M'hanno portato con loro e là ho dato la mia adesione al partito comunista”. Sarà stato - precisa - il 1924 o 1925. Avvicinatosi alle posizioni di Trotsky, di cui leggeva articoli e libri, ha aderito alla frazione bordighista e ha cominciato a sostenere, con le sue piccole sottoscrizioni, il giornale “Prometeo”, redatto da Ottorino Perrone e, poi, dal “Gatto Mammone”, il professore fiorentino - svizzero Virgilio Verdaro, dopo la sua espulsione dalla Russia.

Nel gennaio del 1928 è stato fermato dalla polizia francese in un bar ed espulso, insieme ad altri quattro antifascisti, fra cui l'anarchico Michele Centrone, che sarebbe caduto in Spagna, a Monte Pelato, insieme a Mario Angeloni e a Fosco Falaschi. Rifugiatosi a Bruxelles, è stato espulso dal partito, insieme al muratore comasco Giovanni Consonni e a un compagno spagnolo, per aver difeso l'opposizione di sinistra russa in una riunione, alla quale assistevano anche Giuseppe Di Vittorio e Mario Montagnana, il cognato di Togliatti: “Montagnana ci ha gridato: “Scalciacani” con disprezzo, lui a noi, perché avevamo votato a favore di Trotsky in un'assemblea dei comunisti italiani emigrati, tenuta nella sala dei tramvieri di Bruxelles, in rue des Etudes”.

Mi guardo intorno: la casa di Sedran è modesta, ben curata, pulita. Su alcune mensole artigianali ci sono dei libri e delle riviste, fra cui la trilogia del Deutscher, la “Rivoluzione tradita” dell'ex comandante dell'Armata rossa, alcune riviste francesi e spagnole... La compagna di “Carlini” mi chiede se mi fermerò a pranzo, rispondo di no, ringraziando. Non voglio creare altri fastidi.

Il racconto di “Carlini” prosegue, fitto di date, nomi, scelte, fatti: “Qualche tempo dopo, a Bruxelles, mi hanno arrestato i gendarmi belgi e sono dovuto rientrare in Francia. Illegalmente, come tanti altri. E a piedi, seguendo i percorsi meno controllati, e ben noti agli esuli politici. Era il 1930, quando sono arrivato a Parigi. Ma nella capitale non mi sono fermato molto: Piero e Ernesto Corradi, Amerigo Zadra, Duilio Romanelli e Giovanni Tornielli - cioè “Nero” - mi hanno aiutato a spostarmi, qualche mese dopo, a Lyon. In seguito sono stato in Corsica e poi, di nuovo, a Lyon e a Marsiglia. A Lyon ho frequentato i bordighisti Aldo Lecci, che si faceva chiamare “Tullio” o “Mario Marini”, e Carlo Mazzucchelli, detto “Tre”, e l'operaista Alfredo Bonsignori, cioè “Gracco”. Ho conosciuto anche Pappalardi. Era professore. Ho visto la polemica che ha fatto con Trotsky. L'ho subito scartato. Fra gli operaisti c'era un comunista emiliano, abbastanza noto, Lodovico Rossi, che poi è stato in Spagna, tipo deciso. Per mantenermi lavoravo presso dei mobilieri o dei falegnami. Nel 1933, dopo l'ascesa di Hitler al potere, ho rotto con i bordighisti, non condividendo le loro analisi sulla situazione tedesca, e dissentendo dalla loro opposizione al fronte unico, e sono passato nel movimento bolscevico - leninista, i trotskisti. D'altronde leggevo da molti anni gli articoli di Trotskij e avevo seguito le vicende della N.O.I., la Nuova Opposizione Italiana, fondata dai famosi “Tre”, espulsi dal Partito comunista italiano: cioè Leonetti, Tresso e Ravazzoli. Ho scritto anche qualche articolo su “Prometeo”, polemizzando con la Frazione, e i suoi membri hanno replicato alle mie argomentazioni critiche. Ho fatto l'operaio a Marsiglia, a Tolone e a La Seyne, e nel 1934 ho fondato a Marsiglia, insieme a Piero Milano, un piccolo raggruppamento di trotskisti italiani. A noi si sono uniti Guido Lionello, che non era ancora trotskista, un certo Panizzi e Giacomo o Jacques Trivella, che era cieco. Pubblicavamo un bollettino bolscevico leninista in lingua italiana e avevamo dei rapporti con il dottor Fienga, che ho poi incontrato in Spagna. Piero Milano faceva il muratore, aveva lavorato al porto di Marsiglia come scaricatore e aveva forti convinzioni politiche. No, non so se fosse stato nel Partito comunista, ma non è da escludere. In ogni modo si trovava in Francia da molto tempo e in Italia era stato aggredito più volte dai fascisti. E' stato, Piero, il primo antifascista italiano ferito a Barcellona, lo hanno dato anche per morto, per qualche giorno. Panizzi è scomparso una quindicina di anni fa, era genovese, aveva partecipato alla lotta partigiana. A Marsiglia ho conosciuto anche François Cruchandeau, che era il più noto esponente trotskista locale. In quegli anni ho subito vari fermi nella Francia meridionale, ma sono riuscito ad evitare nuove espulsioni fino allo scoppio della guerra civile spagnola, pur avendo partecipato ai grandi scioperi e all'occupazione delle officine del giugno del 1936”.

Il registratore gira, e “Carlini” continua a parlare, sempre più immerso nei ricordi.

Lo interrompo per chiedergli: “Quando sei andato in Spagna?”

“Al principio di agosto del 1936 sono partito da Marsiglia con un gruppetto di antifascisti italiani. Tappa d'obbligo a Perpignan, poi Port de Bouc, infine Barcellona. Là c'erano già dei nostri compagni. C'era Fosco, c'erano Milano, Lionello e anche Pino Guarneri. Mi sono arruolato nella Colonna Lenin del P.O.U.M. C'era un altro toscano là con noi, un toscano molto fedele alla persona di Fosco, era alto, secco..., si chiamava Tosca. C'erano anche i massimalisti Etrusco Benci, “Martini” (Giuseppe Bogoni) e Renzo Picedi e i bordighisti Bruno Zecchini, Renato Pace, Emilio Lionello ed Enrico Russo, che ha assunto il comando della Colonna e ha dimostrato una certa abilità militare. Siamo partiti in trecento per il fronte aragonese, compresi molti spagnoli. Insieme a noi c'erano anche diversi belgi e francesi, fra cui Florent Gallois, Pierre Wauwermans, Camille Loods e Lemains (un socialista di sinistra di Liegi, che ha riportato una ferita a un braccio), il danese Aage Kielso e il ceco Victor Ondzik. Io ho preso parte agli attacchi di Caseta de Quicena, dove è stato ferito Ondzik, e a quelli di Monte Aragón, poi sono tornato a Barcellona, dove ho svolto una certa attività per la Quarta Internazionale, insieme a Munis, giunto da poco dal Messico, a Ervin Wolff e a Moulin. Wolff e Moulin sono scomparsi, assassinati dopo le giornate di maggio. Io, Munis, Victor Ondzik, Aage Kielso, Jaime Fernández, Teodoro Sanz, Antonio Guerrero e Palacio siamo stati arrestati dalla polizia repubblicana spagnola nel marzo del 1938. Ondzik aveva fatto parte della Lenin ed era stato ferito a Caseta de Quicena. In quei giorni io abitavo nell'appartamento di una miliziana della Confederazione del lavoro anarchica, insieme a Kielso. Il marito della donna era stato ucciso durante le giornate di maggio. I poliziotti sono entrati nella casa una domenica mattina, alle sette. Sento suonare, mi alzo e vado alla porta. Come apro la porta mi han puntato tre pistole, una sulla testa e due sul petto. Ho sentito la canna fredda. “Chi è Adolfo Carlini?” “Yo mismo, io stesso”, gli ho detto. “E Aage Kielso?” “Está allí, è in quella stanza là”. Sono arrivati a noi grazie a un provocatore, lo stalinista Max Joan, ma Munis non voleva crederci: “Ma no, no! Max Joan, impossibile!” Un mese di isolamento, poi alcuni duri interrogatori perché confermassi le accuse che un altro italiano - dimostratosi vile - aveva mosso a Munis per l'affare Narvitch, un agente dela Ghepeù, fatto fuori dai poumisti. Nel confronto con l'italiano, sono sbottato: “Ah, brutto infame!”, gli ho urlato, e loro mi hanno picchiato”.

“Fino a quando sei rimasto in carcere?”, gli chiedo.

“Fino alla caduta di Barcellona nelle mani di Franco, quel tragico ventisei gennaio del 1939. Quando le carceri sono state aperte, sono riuscito a scappare, profittando della confusione, e ho assistito, nei giorni seguenti, alla caccia, scatenata dai franchisti contro i partigiani della Repubblica, che venivano fucilati dopo processi sommarissimi. Io stesso ho rischiato per due volte l'arresto nei sette mesi che ho passato nascosto a Barcellona, poi, nell'agosto del 1939, sono partito a piedi in direzione della Francia. Un viaggio di fortuna, senza alcun appoggio, ma non potevo restare ancora nella capitale della Catalogna, il pericolo era grandissimo. Strada facendo un contadino mi ha consigliato di stare sulla sinistra delle montagne: “Si no te agarran”, altrimenti ti agguantano, e mi ha dato, mi ha regalato un po' di cibo”.

“E poi cosa è successo?”, gli domando.

“A piedi ho raggiunto i Pirenei. Scalando le montagne, ho evitato alcune guardie franchiste, buttandomi in un bosco, ho bevuto l'acqua piovana, ho mangiato il poco di cui disponevo e sono giunto, finalmente!, sul versante francese. Poi, dopo aver scritto una lettera a Cruchandeau, chiedendogli di aiutarmi, sono stato fermato dai gendarmi francesi e rinchiuso nel campo di Argelès sur Mer, sulle sabbie, dove ho trascorso l'inverno e ho preso le febbri malariche, che mi hanno fatto stare veramente male. Poi sono stato trasferito nel campo di Gurs, dove erano già rinchiusi Guido Lionello e Piero Milano. In seguito mi hanno spostato al nord, in una compagnia di lavoro, per fortificare il confine francese, e, dopo lo sfondamento delle linee da parte dei nazisti, sono riuscito a scappare e ad andare a Parigi, dove ho avuto da Piero Corradi un abito nuovo, che mi ha permesso di buttar via il vestito della compagnia di lavoro, divenuto ormai compromettente. E dopo più di dieci anni sono rientrato in Belgio e a Bruxelles ho preso contatto con “Germain” (Ernest Mandel), sai, quello che scrive, l'economista, che avrà quindici, venti anni meno di me, e ho partecipato alla lotta contro nazisti. A Bruxelles dormivo in un albergo, insieme al massimalista Etrusco Benci e all'anarchico “Carnera”, il marchigiano Ortega. Tutti e due avevano combattuto in Spagna. Benci aveva fatto parte della Colonna Lenin ed era stato ferito in Aragona. A Bruxelles Etrusco collaborava con noi trotskisti, distribuiva i nostri manifestini e faceva altre cose, utili per la lotta. I nazisti lo hanno arrestato, quando io e “Carnera” eravamo fuori dall'albergo, e lo hanno fucilato, con altri duecento partigiani e patrioti belgi e di altre nazionalità. Nella capitale belga ho visto uno di quelli, che, una decina di anni prima, avevano contestato il mio trotskismo in nome di una pretesa purezza rivoluzionaria, adeguarsi alla “nuova situazione” e frequentare le scuole, dove si insegnava il tedesco, invece di battersi contro gli occupanti nazisti. In Italia sono tornato alla fine dell'estate del 1943, in settembre, dopo la caduta di Mussolini. Fermato al posto di frontiera di Bardonecchia, ho conosciuto le carceri di Susa e di Torino, prima di essere tradotto a Milano, con molti altri antifascisti. A questo punto ho preparato l'evasione, perché non intendevo finire in Germania: quello - ne ero convinto - sarebbe stato un viaggio senza ritorno, come è successo, d'altronde, a tre valorosi compagni trotskisti belgi, che sono stati deportati da Anversa in Germania e sono morti nei campi di sterminio. “Preferiamo restare qui - ho chiesto agli altri detenuti - o finire in Germania?” Così siamo scappati e nei mesi seguenti sono stato aiutato, nel capoluogo lombardo, da Cecchino, cioè da Francesco Fortini, un antifascista di tendenze bordighiste, che aveva combattuto in Spagna insieme agli anarchici, e da un compagno anziano, Musatti, che aveva un braccio semiparalizzato, a causa di un colpo di pistola tiratogli dai fascisti. Grazie a loro e ad altri compagni sono venuto in contatto con Salvatore e altri anarchici, con il gruppo massimalista di Lelio Basso e con i bordighisti di Bruno Maffi e di Onorato Damen. Dopo la liberazione mi sono collegato ai trotskisti, a Enrico Bellamio, prima, a Libero Villone e a Livio Maitan, poi, e ho fatto parte del P.O.C. e dei Gruppi comunisti rivoluzionari...”

Note

1)Negrin - Staline prépare un nouveau procès de Moscou à Barcelone. Grandizo Munis, Adolfo Carlini, etc. militants révolutionnaires, miliciens héroïques, sont traduits devant le tribunal d'espionnage, à la suite d'une procedure d'inquisition, La lutte ouvrière, n.77, 5 mag. 1938; Toute la machination Staline - Negrin contre les bolcheviks - léninistes est démontés. Des faits qui accusent! La libération de Munis, Carlini, et de tous les militants arrêtés s'impose!, ivi, n.78, 12 mag. 1938; Arrachez Munis et Carlini à la mort, ivi, n.102, 16 dic. 1938.

2)Su Giovanni Tornielli pubblichiamo questa testimonianza scritta, rilasciataci da Alfonso Leonetti nell'aprile del 1976: “Tornielli - muratore di Moncalieri (vicino a Torino); fu membro del Consiglio di fabbrica con Giovanni Parodi durante l'occupazione della Fiat a Torino. Espulso dalla Fiat, emigrò in Francia nel 1921 - 1922, fece parte della “frazione bordighista” in Francia, dove è morto a Parigi. Prima di morire aveva chiesto a Parodi, emigrato anche lui a Parigi, di rivederlo, ma Parodi rifiutò d'incontrarlo in nome dell'“ortodossia staliniana”.

3)Su Gabassi ha scritto Leonetti nella stessa occasione: “Antonio Gabassi - “Peintre en bâtiment” - pittore edile. Emigrato a Trino da Palmanova, durante la prima guerra mondiale. Sposò la sorella di Giovanna Costantini, che fu compagna di Stefanini fino al 1927. Emigrato in Francia, fu più volte espulso da questo paese, dove egli cercò sempre di ritornare. In Francia fece parte della “frazione bordighista”. Ritornato in Italia, seguì le sorti del gruppo di Onorato Damen. Incontratosi con Alfonso Leonetti a Parigi negli anni 1948 - 49, raccontò di aver rotto con Bordiga...”

4)La moglie di Gabassi trascorse il ventennio nell'esilio francese. Su Giovanna Costantini si veda la bella pubblicazione bilingue di Paolo Casciola: Giovanna Costantini (Jeanne Apik) (1903-1995), Foligno: Centro studi Pietro Tresso, 1995. Alla pagina 15 della monografia Paolo ha pubblicato una foto di Antonio Gabassi insieme alla moglie.


La Risveglia nuova serie on-line del giornale fondato nel 1872