LA RISVEGLIA
quadrimestrale di varia umanità
Numero 6 -- Gennaio - Aprile 2001 --


La fotografia del no

di Gianna Ciao Pointer

Premessa di Carla Vasio

Si è detto che le foto di Gianna Ciao sono foto trasgressive e questo è innegabile. Ma penso che non sia soltanto per il modo originale di manipolare il negativo fino a togliergli qualsiasi immediato riferimento ad una realtà “vista”, ma soprattutto perché della realtà ci trasmettono una immagine alterata che tuttavia è molto più vera di qualsiasi constatazione diretta. In queste foto vediamo cose estratte da quel contesto comune in cui la loro singolarità si appiattirebbe, uniformata all'abitudine ripetitiva della nostra percezione, qui trasferite in un esaltato delirio cromatico dove acquistano una verità nuova e profonda. I volti più o meno celebri, sia Einstein o Cristoforo Colombo, gli oggetti isolati, come una ruota o una molla di acciaio, gli eventi effimeri sulla scena del mondo, come la fioritura di un frutteto, non peccano mai di genericità. Siamo clpiti e in qualche modo modificati dall'intensità della loro apparizione quando affiorano da un magma cromatico che è tanto più sconvolgente in quanto è chiaro il perfetto controllo della manipolazione. Nell'inequivocabile specificità delle forme delle fisionomie e dei gesti sta il fascino con cui attirano l'attenzione pur restando appena al di sotto di un grado ottimale di visibilità: la loro presenza così essenziale e netta fa sì che non vediamo più una ruota o un volto, ma piuttosto la funzione di “ruotabilità” o la sintesi di una interpretazione storica.
Una funzione particolare è riservata ai titoli che, distanti eppure inerenti all'immagine, servono non tanto a riconoscerla quanto a decifrarla. Hanno tutti una qualità più letteraria che indicativa e proprio in questo sono inseparabili dall'immagine di cui ampliano la leggibilità. Perché non dobbiamo dimenticare che Gianna Ciao è anche scrittrice. Bisogna riprendere in mano i suoi testi per rendersi conto di quale sia, da un campo all'altro, l'unità di stile e di visione di un'artista fra le più singolari oggi attiva in campo internazionale.

Roma, gennaio 1993

La foto del no
Il complotto del colore tradito

“Artaud è stato condotto ad alienare la sua forza di contestazione, è precipitato nella disperazione come tutti coloro che esitano a buttare fuori l'incendio che li divora e che hanno per sola scelta il bruciare, il consumarsi..” Antonin Artaud rimane per i situazionisti colui che ha denunciato con vigore la “società spettacolo - mercanzia, il mondo dell'inautenticità che riduce gli uomini alla sola apparenza...”

Pierre Hahn, Antonin Artaud e i situazionisti


“Bruciato vivo dai papi perché empio maledetto /
ribruciato vivo dai vescovi delle Fiandre perché strega ossessa /
fucilato dagli Zar perché rivoluzionario /
impiccato da Stalin perché anarchico /
rastrellato dai fascisti perché maschio di leva /
gassato a Buchenwald perché ebreo /
linciato a Dallas perché negro /
mangiato dai cannibali Zulù perché bianco /
affogato in un alluvione del Friuli perché friulano...”

Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini


La foto del diniego erge una barricata di dissenso tra sé e una società reificata, dominata “dai persuasori occulti” che danno luce ad allevamenti di uomini e di donne, pressata da recuperi fasulli, da genii tutelari della tecnica, da padrini delle società spettacolo, dalle offensive per ingabbiare il sociale attraverso un uso che lo disanima quanto lo spirito di chi effettua tali operazioni. Si pone contro i professionisti del patriottismo, non si assimila. E' una radicalità che dissolvendo l'effimero, l'anedottico dalle trascrizioni iconografiche del simile diventato la nostra vita, intende agire sul tempo presente superponendogliene un altro che non sarà agevole dissolvere. Dietro il colore saltato via, in tanti altri colori, appaiono forme e fluidità di idee in trasgressione o in un positivo, rude riscontro: sono le diversità che il potere e il pensiero dominante precipitano nella fossa comune dei nazionalismi ultrapaternalistici: le differenze altrui propongono un assioma di libertà, quindi si fanno pericolosissime e da eliminare.

La foto del no esprime concetti e plurimi codici di una rivolta iniziata in seno all'iconografia dal colore livellante: tale foto viene respinta dalla falsa civiltà e dalla falsa cultura che intravedono assai bene che si vuole opporre coi suoi propri mezzi alle manovre potere - denaro, intrise di giochi omicidi.
Non si può negare che siamo tutti nella storia, ma la foto del diniego, nichilista, si immette fuori dalle retroguardie e dalle avanguardie, dai pregiudizi culturali e si inoltra nel mondo personale con le sue libere trasgressioni. Essa abbraccia i fuori gioco di cui il potere permette, anzi incoraggia la caccia morale, e, in molte parti del globo, fisica. La foto del diniego sa che la filosofia inserita nell'ordine del discorso può essere usata in modi particolarmente delittuosi: sa anche che la dignità umana è rigettata dall'ordine indiretto che atomizza la persona.
Nelle carceri delle idee, dell'immaginario, c'è chi non confonde la libertà col commercio delle armi, delle munizioni, con le promozioni sociali, coi consensi.
La radicalità visuale della foto del diniego urta contro l'ufficialità divenuta istituzione, non essendo questa né una cosa né un essere vivente ma l'addetta a “naturalizzare”: l'idea dominante intende colare a picco i deboli, i diversi considerati snaturati e folli; la radicalità visuale off limits è dissacrante nei confronti dell'epoca del galateo iconografico.

La foto del no vive con creature tese verso mondi “fuori” e paralleli con visioni e sentimenti di altri modi di vita: essa dissolve col suo concreto procedere i vecchi ingredienti dello stato: polizia, scuola, esercito e ha la determinazione di lasciare unghiate nei recinti ottusi del prestabilito. La foto della negazione va con le sue trasfigurazioni, spinge verso orizzonti assolati, accetta la solitudine ed è fuori da quella porzione della società che ha nella testa polizia e sbandieramenti. Essa guarda ribollire i tic millenari, le Animal Farms, le trascrizioni ossequienti della peste morale; non si lascia preparare a nuovi bisogni che sono il niente materiale di falsi sogni; è consapevole che il “simile” sostituisce ciò che è; la foto del no è fuori dalle combinazioni iconografiche.
La fatica storica attuale è capovolgere la serie dei bisogni inesistenti e iniettati il cui equivalente è il denaro; così hanno un costo il dentifricio ma, per vie non troppo traverse, anche i tanti saluti, l'amorevolezza, il ti aspetto.
Il potere a dispetto del qualunquismo democratico sostituisce questa voce con altre care ai politici: tutto l'insieme significa adesione alla falsità della società dal sogno marcito, immesso nei circuiti del mondo.

Anche ai tempi della fotografia fossile c'era chi arrancava fino ai palazzi e quelli preferivano la società della strada dalla quale molto si impara e vi si trovano gli incasellabili, le voci della rivolta. Le rivoluzioni, sempre recuperate e illanguidite, si sono trovate segnate dallo sconcio dell'immondizia storica che chiede oggetti e non la voce della soggettività. E' più facile incontrare all'aperto i veri bisogni, i nostri personali bisogni attraverso i quali si scavalca il limite dietro il quale si accende la libertà.
La foto del diniego mette in rilievo che non trasforma il metafisico nel fisico, l'interiorità nell'esteriorità. Il potere non ha misteri, si avvolge nell'ovvio. Dalla radicalità visuale sorge l'imprevedibile, che indica le immagini irreggimentate; l'imprevedibile non gioca col cosiddetto moderno che è solo uno slogan, un bluff; l'imprevisto indica il bisogno di libertà sempre stroncato dai fantasmi storici avvolti nei surrogati. La complicità immessa sulla passività generale non nasconde il carattere criminale assunto dai mass media specie quando si tratta di dare dei brividi a un pubblico asfittico: sono quindi pregiate le guerre, le morti e le agonie in diretta, cavalcate dalla speranza di riuscire tecnicamente alla loro diffusione. Gli stessi osservatori della Caporetto fotografica si stringono nelle spalle. La foto del diniego risponde con insolenza all'arroganza dei centurioni delle baronie del disastro, pesci da preda che hanno visto nelle immagini la presenza vasta, oceanica del denaro.

La foto del diniego attraverso il dissolvimento dell'immagine intende dissolvere il falso che il mondo le vomita, quello che veniva definito “bordello senza muri” (McLuhan via Genet); essa procede senza concessioni col suo tradimento del colore fotografico e sottomette all'immaginario non solo tessuti diversi e colori diversi, ma anche concetti diversi; nel suo aspetto informale constata che questo ha sempre avuto contro i regimi autoritari, le dittature, i puristi dell'immagine, i moralisti della fotografia, i benpensanti. Essa intralcia il percorso delle false ragioni ed è causa di fastidio a chi favorisce lo sragionamento contro il fervore degli esiliati.
La fotografia del no è la trasgressione nel seno degli attivisti culturali del tempo libero dove si trasforma la realtà in “semblat” e la si accetta così dagli addetti all'ordine prestabilito; essa guarda da un'altra parte senza curarsi del senso logico dell'arte più volte sbandierato; lascia fuori dal suo percorso i tessitori del reale in cronico disfacimento e raccoglie l'altro reale intorno ad un flusso visionario.

La fotografia del no è ovviamente dalla parte delle donne che per secoli hanno rappresentato le schiave degli schiavi e l'attuale loro sdoganamento, il loro irrompere sulla linea del pericolo fanno parte di un'eversione segnata da scontri, tra cui lo stupro figura tra le prime forme persecutorie.
La donna sta “occupando” la propria persona e sa che ogni atto libero chiama la libertà di tutto.
La società è compromessa, è passiva, ma è ancora in tempo a volgere lo sguardo verso i sogni della creatività che agisce come vuole e vede le donne e gli uomini cittadini e mai sudditi, li vede come entità uniche meravigliose nei loro dolori e nelle loro confusioni che ci attanagliano un poco tutti. Il rapporto della foto del diniego con la vita attraverso la fotografia può anche essere, talvolta, brutale, ma non affetto dai mali vergognosi, che assillano la civiltà dei mass media e gli occhiuti poteri. La fotografia del diniego si presenta dove le umane creature dichiarano il loro diritto totale alla libertà, vedendo chiaramente quali sono i loro bisogni. Essa dice che è opportuno desidealizzare la vita: “la miseria della rappresentazione traduce la rappresentazione della miseria”. Il mondo del mercantilizio è una rappresentazione allucinante che tende a schiacciare tutto per costruire simulacri e sostituzioni; la foto del no permane libertaria: ad essa interessa la vivenza e non la sopravvivenza nell'esteriorità.

La fotografia del diniego è piantata sull'altra sponda della radicalità visuale che inizia dove sono i vortici dei mancati e mancanti sensi critici. Per i mass media viviamo in un'epoca che va così com'è, con le dovute omologazioni, recuperi e la separazione in buoni e cattivi: in effetti viviamo nella solita epoca di pessimo delirio storico, di pessima coscienza. La realtà del vivere è impietosa e ad essa si oppongono la forza visionaria, la solitudine e nessuna trascrizione indecente, colorata, del cosiddetto reale che rimane inerte.
La foto del diniego ha scavalcato le sbarre dei simulacri per arrivare con le sue disperazioni e le sue fragorose risate che per un istante isolano la verità. La foto del diniego è là dove le ribelli e i ribelli si autodeterminano ben oltre gli idoli del secolo, siano questi banalità, consumismo, plus value, mediocrità.

Bisogna essere estremamente accorti per non cadere nei trabocchetti dell'ufficialità e nella sua vendita di “indulgenze”. Dissentire, anche se rischia di essere ingenuo, si precisa come un dovere che mette fuori dalle connivenze, da tutto un processo silenzioso dominato dalla “regia del consenso”, dalla “normalizzazione” delle masse, dall'uso del dogma indiretto centrato sul simbolo del successo sociale. Tra l'apparire e l'essere viene giudicato buono l'apparire, una storia cominciata con la storia dell'uomo e della quale, come si vede, non ci siamo mai liberati.
“...il sopruso più grave che molti manipolatori commettono è, a mio avviso, il diritto di insinuarsi nell'intimità della mente umana. E' questo diritto all'intimità della mente - il diritto di essere a piacere razionale o irrazionale - che, io credo, abbiamo il dovere di difendere...” (V. Packard). Ecco uno stralcio chiaro di scrittura sormontato infine da quel timido e incredibile “io credo”. Oggi, la posizione di chi è riuscito a centrare la propria disperata libertà con la risata interminabile degli isolati è quella dell'esclusione. Siamo in un secolo dove tutto è stato detto e fatto, siamo apparentemente oltre qualsiasi proibizione; ma tutto è stato detto e fatto in base ai dettami dell'ufficialità e al consenso dell'opinione pubblica, in base a un'idea dominante che dettava “il tutto dire” e “il tutto fare”; non vi è stata la osannante libertà come spesso si pretende; c'è stato il suo contrario ossia l'omologazione da parte della statualità che distingue i veri pericoli dagli scherzi da salotto: insomma si può dire ma in modo canonico; il pericolo si rintraccia dove una parola, un'immagine fuggono dall'ordine prestabilito per diventare una forma eversiva che potrebbe generare scontento da parte di chi riceve il regalo delle decalcomanie concesso agli ossequienti dei mass media; essi si scontrano con chi vede valori differenti da quelli della ricchezza esteriore: valori di solidarietà e persino di amore che, se non iscritto in una canzonetta, fa proprio paura a chi gestisce il potere dilatando l'infamia storica che attraversa i secoli del grande silenzio.

La fotografia del diniego è malvista dai puristi della fotografia e da parte di altri, capaci ma scoraggiati; eppure essi sanno che non esistono dogmi da rispettare, specchi di un mondo perbene che guarda con assente dispregio le frange storiche che non si inchinano alle baronie. Sono usciti mucchi di scritti sulla fotografia, poco operanti per chi non crede né alla storia dell'arte né a quella della fotografia ma a dei grandi momenti staccati, quindi più a un relativo destino del tutto che a una storia dove l'insieme si snoda liscio e senza nessuno degli scatti del casuale.
La foto del diniego trasgressiva per inclinazione, refrattaria alle ideologie, tutta sporta verso le necessarie utopie sempre realizzabili, spinta verso l'insostenibile leggerezza dell'essere (vedi Italo Calvino, Lezioni americane), ammucchia il disagio guardando un panorama iconografico, i cui progetti abbagliano i fedeli agli specchietti delle allodole; spargere il dubbio in un mondo cinico e rotto a tutto è positivo.

Annotazioni

1)La foto del diniego è compatibile su scala metaforica con l'animale ipotetico di Lotze, la quarta dimensione, la radice quadrata di -1; esse stanno alla filosofia e alla matematica come il surrealismo radicale alla letteratura. Sono “diversità” di intelligenze non adempienti.

2)I “mondi della fotografie e della visibilità sono i solidi regni dell'anestesia” (Mc Luhan).

3)”La fotografia pone il nostro sguardo alla superficie. Così essa oscura la vita profonda” (Kafka).

4)”Una fotografia delle officine Krupp o Arg non dice nulla in merito a questa istituzione” (Brecht).

5)Benjamin parla di caratteri positivi di discontinuità e di rottura in seno alla fotografia e delle sue possibilità rivoluzionarie.

6)Il dissolvimento del colore nella foto del diniego è la metafora, il simbolo di una irreparabile rottura con il passato e le didascalie immesse, una ulteriore significazione critica.

7)Se le parole ci influenzano così profondamente (Stuart Chase: Il potere delle parole. Il linguaggio come malattia del pensiero) le immagini godono di sovrapposizioni tracotanti per cui si può parlare dell'immagine quale potere devastante e malattia dell'occhio e del pensiero. Ci è lecito supporre che le immagini abbiano preceduto e precedano le parole che poi le formulano, quindi possiamo dedurre quanto quelle si accampino come presenza morbosa.


La Risveglia nuova serie on-line del giornale fondato nel 1872