LA RISVEGLIA
quadrimestrale di varia umanità
Numero 6 -- Gennaio - Aprile 2001 --


Con questo numero iniziamo la pubblicazione di un lavoro che cerca di tracciare il profilo della vicenda sociale di Follonica in un arco di 75 anni, fra ottocento e novecento; un impegno di ricerca che ha volutamente privilegiato le pagine della cronaca locale.

Pubblichiamo anche, sperando che l'iniziativa sia gradita al Lettore, appendici documentarie ove si riproducono integralmente note che abbiamo ritenuto di particolare interesse per chi abbia curiosità sull' avventura aspra della nostra Gente e della nostra terra.

Di Follonica, delle fonderie e d'altro.
1851-1926

Premessa

Questo lavoro, che nasce a margine dell'impegno del Comitato ex Ilva per la salvaguardia delle permanenze della città - fabbrica, vuole essere prima di tutto un atto divulgativo della storia materiale di questa terra, della sua vita civile, delle speranze e delle sconfitte di intere generazioni di lavoratori che in queste fonderie di Follonica ebbero, oltre che sociale ed umana, vivace dimensione politica.
Con la curiosità per i fatti di questa storia povera è in noi la convinzione di fornire una doverosa prova di affetto per gli umili, ma non piccoli, personaggi che di questa vicenda sono stati protagonisti. Nel lavoro si è cercato di concretare l'idea di una modesta sintesi divulgativa degli anni più difficili dello stabilimento, storia ritagliata dai giornali del tempo in quella più ampia di un intero territorio, storia raccontata dai corrispondenti dei periodici locali che, operai loro stessi, meritano ogni attenzione e rispetto per le qualità umane e di autodidatti. La scelta del linguaggio condiziona il tono del libro che, volutamente, cerca nei ritmi della cronaca e del racconto i termini di un vasto accesso.
Il lavoro nasce da un esame delle fonti giornalistiche disponibili per l'epoca presa in esame, minimi sono gli inserimenti di notizie provenienti da testimonianze orali alle quali si è ricorso solo in casi particolarissimi, importanti quanto sconosciuti alle cronache.

Fatti, personaggi e azioni delle pagine che seguono sono rigorosamente documentati nella cronaca giornalistica locale del tempo; solo eccezionalmente si è fatto riferimento a dati di natura archivistica.
Si è dato ampio spazio a stralci di “pezzi” originali dai giornali d'epoca, conservandone - nel fornirli al lettore - le particolarità linguistiche e sintattiche, convinti come siamo che la lettura degli stessi - meglio di tutto - renderà giustizia alla storia degli uomini e dei cronisti, porgendo il clima e i sapori del tempo. Si pone, n questo lavoro, un quadro essenziale della vita di Follonica dal 1850 all'avvento fascista; dalle delusioni post - risorgimentali agli entusiasmi sociali e rivoluzionari, fino al silenzio del paese in camicia nera, alle persecuzioni e all'esodo - preceduto dall'aria della tragedia - degli antifascisti.
E' filo conduttore di questa storia la vita nelle fonderie di Follonica, dal Granduca a Mussolini. Alle vicende industriali dello stabilimento sono connessi i complessi problemi sanitari ed igienici in una Follonica, angolo dimenticato di Maremma, condizionata pesantemente dai tempi della malaria e dalle scadenze dell'estatatura.
Condizioni igieniche pessime, pesante la mano della malaria, tutto questo impedisce il decollo delle fonderie locali e con quello della vita cittadina nella seconda metà ottocento, così si perdono occasioni importanti e irripetibili. Abbiamo raccolto anche le minute testimonianze, i piccoli fatti della vita paesana, i temi della pubblicità e quelli della cronaca nera, questo facendo sicuri di rendere un adeguato servizio all'esigenza di ricostruire - per tutta la durata del libro - il clima, l'umore e il colore del tempo. Se avrete la pazienza di leggerci, troverete anche i temi della vita dello stabilimento, dell'organizzazione operaia, delle passioni che alcuni ebbero forti, delle contraddizioni non estranee a quel mosaico di vita civile e popolare che è la vicenda di Follonica nei circa settant'anni presi in esame. E la nostra umana simpatia va ai cento personaggi che animano la storia e la cronaca povera di questi anni: militanti intransigenti, operai e cittadini travolti da fede politica e miseria, cronisti improvvisati ma abili, idealisti o rivoluzionari traditi, deputati di provincia e mendicanti, oratori esperti di passaggio e tribuni fatti in casa che si muovono nelle pagine di quegli anni come in un grande affresco del tempo. E questo raccogliendo e selezionando si è in noi rafforzato l'amore che serbiamo alle pagine della cronaca della “stampa scritta”, costruita sugli sforzi dei corrispondenti, rara e insostituibile fonte di testimonianze.

Uno spazio particolare, con il massimo rispetto per gli originali, abbiamo riservato ai corrispondenti operai dei giornali locali, è sulle loro note - scritte dopo il duro lavoro in fonderia - che abbiamo potuto ricostruire (ma anche verificare) settant'anni di vita a Follonica.
Settant'anni - come dicevamo - di miseria e passione civile, settant'anni di vita Follonichese in una provincia che cambia radicalmente ma anche settant'anni di fronte a grandi fatti internazionali che sempre segnano la sensibilità politica sociale dei maremmani, sempre lasciando traccia sui loro giornali. Le feste e i convegni politici, gli scioperi e le dispute elettorali, le liti paesane e i moti politici internazionali, i lutti ed i lieti eventi, le ire settarie e gli slanci di altruismo, di tutto questo è traccia nella cronaca e di tutto noi riferiamo, sforzandoci di essere il più possibile fedeli al linguaggio dei giornali e a quello della gente.

Il nostro è un tentativo per portare un po' di luce nel mondo dei lavoratori di Follonica: fonditori, tornitori, sbozzatori di pipe e facchini di porto, carbonai e marinai. E' anche lo sforzo per capire il quadro complesso dell'azione civile delle forze politiche che in quell'arco di tempo furono, a Follonica e dintorni, vivaci: dai repubblicani ai socialisti, dai moderati ai sovversivi fra i quali particolarmente vitali emergono anarchici e libertari. Avete avuto la pazienza di leggere l'introduzione, fate uno sforzo per proseguire con il resto, se arriverete in fondo senza fatica e il quadro non vi parrà oscuro, noi avremo già colto un obbiettivo.


Capitolo I: Dal Granduca a Menelik

Sono gli anni dopo il 1848, i massetani hanno già lasciato tre morti a Montanara, a marzo del '49 il Granduca torna in Toscana spalleggiato dagli austriaci e 51 volontari partono dal comune di Massa per difendere il Governo Popolare Toscano. A settembre Garibaldi passa da queste parti, lo aiutano a fuggire i democratici di Massa, Scarlino e Follonica che lo conducono fino all'imbarco di Cala Martina. Ma la restaurazione è ormai nell'aria.
Il Granduca è tornato signore dei Toscani e le cose in economia vanno male. Nel '51 si presenta la necessità di risanare il bilancio dello Stato, per ottenere il prestito occorrente si progetta di affittare le miniere dell'Elba e le fonderie della costa a privati.
Alla gara d'appalto le offerte sono quattro: due le avanza una società formata dai banchieri Pate di Livorno, Ponsone di Savona e Fenzi di Firenze; la terza è quella della banca Cousin Legendre di Parigi; quarta in gara è la casa bancaria Michelangiolo Bastogi e figlio di Livorno.
Il 27 di giugno del 1851 la stipula del contratto di concessione è già notizia sulle pagine del “Monitore Toscano”: le miniere di ferro dell'Isola d'Elba, le fonderie di Cecina, Valpiana e Follonica sono concesse per trent'anni alla casa Michelangelo Bastogi e figlio. Dalla concessione - precisa il giornale - sono esclusi i boschi che danno legna per carbone allo stabilimento, le terre lavorate e quelle incolte o prative. In cambio dell'operazione la Regia Segreteria - annuncia il “Monitore” - riceve dodici milioni di lire.

La gestione delle fonderie di Follonica passa di mano, la vita - che non è mai stata facile - può diventare più difficile per le maestranze. Questi sono gli anni in cui si pretende ossequio: nel dicembre 1852 la Banda musicale di Massa Marittima si rifiuta di suonare ad una cerimonia di festeggiamento per il felice parto della Granduchessa. Il copro musicale viene sciolto, mentre i suoi capi sono arrestati. Il territorio del Comune di Massa non è luogo atto all'obbedienza: quando il 31 gennaio del 1852 Mazzini pubblica il manifesto del Comitato nazionale Italiano per la raccolta di fondi in favore della lotta, i massetani sono già riuniti in una ramificata associazione segreta per l'Italia libera.
Nel 1853 il Comune di Massa Marittima, del cui territorio Follonica fa parte, è abitato da 1513 famiglie, sono in tutto 8475 persone, 8430risultano ufficialmente cattolici, c'è un solo ebreo, otto cittadini vengono considerati eterodossi. Follonica ha la sua fiera, intorno a metà maggio - ogni anno per tre giorni - è compravendita di bestiame e generi alimentari, stoffe e lane, il giro d'affari conta trentamila lire. Feste e fiere a Follonica si fanno in grande stile, la gente viene anche da fuori e ad una lotteria di beneficenza organizzata dalle solite “signorine” del paese, in tre giorni vanno via dodicimila biglietti. Fra un baratto e una bevuta coi sensali, a Follonica per quei giorni organizzano cuccagne in mare, fuochi artificiali e corse di cavalli per premi da ottanta, trenta e venti lire.

Ma questa parte di Maremma ha un popolo irrequieto, il Prefetto di Pisa scrive al Ministro del Granduca: “...in Massa marittima al movimento nazionale partecipano intellettuali, preti e popolo”. Intanto a Follonica la fonderia voluta da Canapone marcia sotto la mano dei Bastogi e il sette settembre 1859 il “Monitore Toscano” pubblica i bilanci di fonderie e miniere. Con la nuova gestione la produzione del ferraccio è passata da 6483 tonnellate del 1851 alle 10705 del 1858. La produzione di getti nel solito periodo è salita da 123 tonnellate a 889. Anche il numero degli addetti negli stabilimenti maremmani è cresciuto sensibilmente con i Bastogi: nel 1852 lavorano negli stabilimenti di Cecina, Valpiana e Follonica 219 operai; sei anni dopo almeno 349 addetti pensano alla conduzione delle fabbriche.

La ghisa che si produce in questi stabilimento, com'è chiaro dai bilanci pubblicati sul “Monitore Toscano”, va a finire anche in Francia, Spagna, Inghilterra, per il resto la si impiega in larga misura negli altri Stati italiani e nella stessa Toscana. In questi anni Bastogi è impresario dinamico, investe molti soldi per dare agli stabilimenti maremmani nuovi forni, intraprende la costruzione di una strada ferrata dalla marina di Follonica fin dentro le officine e accanto ai forni fusori, progetta e realizza nuovi fabbricati, dà case a operai e impiegati, amplia uno dei cinque forni funzionanti, costruisce una nuova ruota idraulica. La ghisa che esce dai forni di Follonica e Valpiana va per lo più a finire sulla montagna pistoiese, dove molti opifici sono attrezzati alla sua ulteriore lavorazione. Il viaggio della ghisa non è facile, talvolta anche avventuroso. Finché non entra in funzione la strada ferrata dei Bastogi, il metallo viene caricato all'interno dello stabilimento di Follonica su carri trainati da buoi e destinati al trasporto fino alla marina per l'imbarco.

Dalla spiaggia di Follonica la ghisa si manda su velieri di piccolo cabotaggio, il programma è una navigazione lungo la costa sino a Livorno e Bocca d'Arno. Qui i marinai si danno da fare per un complesso travaso della ghisa in navicelli ancora più piccoli e capaci di risalire il corso dell'Arno fino alla Liscia, approdo fluviale nei pressi di Lastra a Signa, dove la ghisa è scaricata per andare su barconi in grado di salire controcorrente l'affluente di destra dell'Arno: l'Ombrone fino a Poggio a Caiano. Ed è a Poggio a Caiano che termina l'avventura marittimo - fluviale della ghisa di Follonica, quando la prendono in consegna i barrocciai e i vetturini che, a dorso di mulo e asino, guidano i convogli fino ai magli dell'Alto Pistoiese.
Il viaggio, non sempre facile, non è sempre lo stesso: talvolta si approfitta di una variante sul tema, barrocciai e vetturini entrano in azione a Pisa. Più facile, in fondo più economico, pare il viaggio della ghisa verso le ferriere di Versilia; trasporto quasi tutto marittimo, si effettua fino a Marina di Carrara, muli e asini fanno il resto fino a Serravezza.

Siamo ormai nel 1860, a febbraio in tutto il Comune di Massa si apre una sottoscrizione per l'acquisto di un milione di fucili, su proposta di Garibaldi. Poi cento volontari da qui partono per Talamone con l'idea di andare dietro al generale fino in Sicilia, ma Garibaldi gli manda incontro 64 uomini dei suoi e ordina a tutti gli appiedati maremmani di andarsene con Zambianchi allo Stato Pontificio.
L'anno dopo nasce nel Comune di Massa la “Fratellanza Artigiana”, nel '64 viene inaugurata la ferrovia Livorno - Roma, Follonica ha la sua stazione, arrivano per l'inaugurazione Amedeo di Savoia con i ministri Ricasoli e Peruzzi, visitano anche le fonderie e, naturalmente, promettono a tutti sviluppo e lavoro.
In quegli anni lo stabilimento di Follonica ha una fisionomia che è descritta con precisione nel Dizionario geografico d'Italia: “...funzionano quattordici forni di torrefazione (ossia d'ingrana e fuoco continuo) con montacarichi idraulico, quattro altiforni di cui uno da tredici tonnellate di recente costruzione, con le rispettive macchine eoliche e montacarichi mossi da ruote idrauliche, un fuoco “contese” attivo, un bergamasco ed un distendino con i relativi magli a coda; tre forni a Pudler attivati con la lignite (non appena si poté disporre della lignite della miniera della vicina Montebamboli), un forno a riverbero da ribollire, un maglio a vapore per battere i masselli, un treno di cilindri per il ferro laminato mosso da una macchina a vapore speciale.
Inoltre comprende una assai vasta officina per la costruzione delle macchine con due cubilotti, sette torni, due pialle, una cesoia e due foratori. In essa si costruiscono tutte le macchine ed ordigni occorrenti allo stabilimento ed anche quelle in commissione, macchine a vapore, idrauliche ed altre qualsiasi. V'ha infine un bel magazzino di ferri e provviste e diversi altri apparecchi ed accessori. Nel complesso questo stabilimento è assai grandioso, ma dimostra nella sua disposizione non un concetto ordinato, ma l'aggregazione di parti nuove e antiche.

L'acqua motrice vi è condotta da certe sorgenti che stanno assai lontano, oltre il fiume Pecora, col mezzo di un bel canale, la cui caduta è di metri sei e l'acqua disponibile è da un metro cubo ad uno e mezzo al secondo. Pel vapore si usano le fiamme perdute dei riverberi. Il suolo dello stabilimento è elevato di circa cinque metri sul livello del mare. Alla distanza di chilometri tre da Follonica si estraggono argille e sabbie assai buone per i getti. In questo stabilimento si fabbricano ferri, parte ancora alla bergamasca, parte in contese e ferri pudellati e cilindri.
Nel 1860 vi fu introdotta dall'ingegnere Ponsard anche la pudellatura con l'uso diretto della lignite di Montebamboli e senza l'impiego di generatori, il ferro ottenuto è ribollito con due forni, nella quantità di circa mille quintali al mese, viene tirato a cilindri. Esso di buona qualità, ma sempre inferiore a quello fabbricato esclusivamente con carbone e legno e con maglio, per cui si provava nella vendita uno scapito. Questa lavorazione, che forse si può migliorare, è momentaneamente sospesa”.

Il '67 è l'anno della campagna romana, quaranta volontari partono da Massa, Tatti, Follonica e Scarlino, hanno carri di fucili, la prima tappa è per dormire vicino al cimitero di Grosseto, poi a Casina Moscati partecipano allo scontro con gli zuavi pontifici.
Sono gli anni settanta e nella vita civile comincia a prevalere, sulla questione nazionale, quella sociale. Sono gli anni dopo l'unità, gli anni delle delusioni, in Maremma forse più che altrove. Pochi dati: il prezzo del pane, che con il Granduca stava a nove centesimi la libbra, sale oltre sedici e non si ferma; l'aumento medio delle pigioni è del 20 - 25%. Gli interventi di bonifica rallentano, si fanno sempre più radi e difficoltosi, spesso s'arrestano e la malaria torna padrona a condizionare pesantemente la vita di questa parte di Maremma.
All'inizio d'estate la Maremma si spopola, chiudono gli uffici, s'arrestano i commerci, a Follonica si spengono gli altiforni, per tre mesi questa terra è di pochi indigeni. Per chi li guarda dalla più salubre collina sono i “buzzi verdi”. Ma non tutti i “buzzi verdi” accettano l'idea che questa terra muoia alla vita civile ogni estate e il 18 maggio 1873 “L'Ombrone” di Grosseto pubblica una nota: “nessuno ignora che la nostra zona vada in estate e in parte l'autunno soggetta allo inquinamento miasmatico o alla malaria. Però quello di cui giammai convenimmo - scrive l'ignoto articolista - sono le esagerazioni di cui si circonda questa verità... traggono origine da una male intesa paura, da un inconcepibile panico, che non avrebbe ragione di sussistere che per la metà...”

A Grosseto sono arrabbiati perché si consente agli uffici del Governo di chiudere i battenti fin da giugno, secondo “L'Ombrone”, che su questo scatenerà una lunga polemica, basterebbe serrare intorno a luglio per una estatatura più breve, come si faceva ai tempi del Granduca. Ai redattori de “L'Ombrone” l'estatatura non va giù e il dieci agosto del '73 il giornale insiste: “...non pretendiamo di far credere che qui si stia bene come a Fiesole, noi riteniamo soltanto esagerato l'abbandono... noi mettiamo pegno che facilmente ci si convincerebbe che le febbri poi non piovono all'improvviso tutti i momenti sopra ciascuno e - ndr idea singolare - gli effetti di malaria possono facilmente evitarsi con vitto parco e sano, con una vita morigerata”.

L'Italia dell'unità si dimentica di Maremma, c'è chi ne approfitta per un j'accuse fondato, ma non del tutto disinteressato, “La Sentinella Cattolica” di Grosseto nel luglio del '74 attacca: “...il paterno regime d'Italia non si è ricordato di Grosseto, che per mungerla fino alle midolla colle sue tasse... Durante l'estate forse un migliaio di persone rimangono a Grosseto, pochissime di elezione, le più costrettevi o da manco di mezzi o dalla loro qualità di ministri, casieri e operai...”
Sono già gli anni della sinistra al potere, ma è una sinistra eletta da borghesi e aristocratici, con le classi subalterne ha difficoltà di linguaggio e sintonia. Gli elettori dei deputati che spalleggiano Depretis sono fra i cinquecentomila privilegiati aventi diritto di voto. Quando, dopo poco, i seggi si apriranno a due milioni di votanti, rimarranno fuori dalla porta contadini e operai.
Sono gli anni che inaugurano un modo nuovo e destinato a lunga vita di fare la politica, lo chiamano “trasformismo”: il corridoio diventa la stanza più importante del Palazzo. Nel giro di dieci anni l'unica opposizione possibile sarà quella raccolta attorno alla così detta “estrema” dove si ritrovano pochi repubblicani intransigenti, radicali e democratici, i primi socialisti e gli anticlericali, fra loro - con Cavallotti e Costa - ci saranno anche Bertani e Socci, deputato di Grosseto.

In questo Parlamento dove la Sinistra regolarmente è inadempiente sul programma, si parla anche di Maremma, per lo più si fa con scarsi risultati. C'è un deputato di Grosseto che si chiama Ferrini e interroga il ministro dei Lavori Pubblici, “L'Ombrone” del 26 gennaio 1879 riporta l'intervento: “...Ferrini lamentò poi che ad un tratto dallo annuo assegno di 400.000 lire si fosse discesi a 300.000 (ndr per la bonifica di Maremma) e domandò se in realtà il Governo fosse convinto che la somma riuscisse adeguata al bisogno e nel caso contrario come sarebbesi convenuto”.
Il sette febbraio dell'83, come riferisce “L'Ombrone” del giorno undici, Ferrini alla Camera insiste: “E' cosa dolorosa vedere prolungarsi uno stato di cose che rende così malefica l'aria di quelle plaghe... che registrano una mortalità straordinaria, nei tempi estivi specialmente... raccomando all'On. Ministro la bonifica del padule di Scarlino, ricordandogli come il Municipio di Massa marittima... raccomandasse al Governo il compimento della bonifica di quel padule che è la sola causa per cui aumenta sempre più la malsania di quella località. Colla medesima deliberazione il Municipio di Massa chiedeva al Governo lo scorporo intorno al paese di Follonica di almeno trecento ettari dei beni demaniali dichiarati indisponibili per essere conceduti all'industria privata...” E poi raccomandando l'intervento per la bonifica del padule di Scarlino, Ferrini conclude: “... da questo dipende la vita e la prosperità del paese di Follonica, dove nessuna società industriale ardirà impiegare il proprio capitale finché sia reso abitabile tutto l'anno”.

Ma le cose vanno male, due terzi dell'Italia hanno, sia pure in diversa misura, il problema della malaria. Nell'80 è nata una commissione parlamentare perché si occupi del “clima” nelle zone attraversate dalle nuove strade ferrate che in questi anni nascono numerose. Si stabilisce che ci sono tre gradazioni di malaria sul territorio: “leggera, grave e gravissima”; ne corrisponde una classificazione delle province interessate in “prima, seconda e terza categoria”. Grosseto sarà di “terza”, la più grave, come anche Pisa, Caserta, Bari, Foggia, Campobasso.
“L'Ombrone” del primo aprile '83 (il giornale grossetano ha iniziato la pubblicazione a puntate degli articoli del dottor Ademollo sulla Carta della Malaria compilata dalla Commissione Parlamentare) riporta dati impressionanti: “nei venti ospedali militari del Regno, nel quinquennio 1875-1879 furono ammessi soldati ammalati di febbri malariche e cachessie palustri in numero di 58701... nella cifra totale sopra rammentata si ebbero 253 morti e 418 riformati...”
Nell'83 l'Ospedale S. Andrea di Massa marittima è il secondo, per importanza, della provincia: qua le ammissioni sono 552 all'anno. In prevalenza i ricoveri si fanno per malaria e cachessie palustri. In Maremma la malaria è recrudescente, anche la polemica è aspra, sulle pagine de “L'Ombrone” il dottor Dante Bertelli scrive il diciannove agosto '83: “Ammetto che ad aumentare la malaria abbiano contribuito le cave o casse di prestito eseguite per i terrapieni delle strade ferrate, ma credo che minima importanza si debba dare ai disboscamenti”.

La ferrovia che cresce e attraversa tutta Italia divora alberi per le traversine della ferrata, la terra delle massicciate si sottrae spesso alle colmate. C'è chi, nell'una e nell'altra cosa, individua motivi dell'aggravarsi della situazione “climatica”.
Le condizioni igieniche di Follonica sono decisamente disastrose e non basta la malaria, il 30 settembre dell'83 “L'Ombrone” ospita lo sfogo di un cittadino: “Fino a qui sono stato zitto, ma adesso sì che non posso più trattenermi, e mi è d'uopo far conoscere la laidezza che si agglomera ai vicini marciapiedi di questa piazza Sivieri in Follonica per la sola unica causa, che sostando infiniti birrocci attaccati da due, tre cavalli lasciano al loro partire pasto e sterco in buona quantità, che desta veramente vergogna quanto insopportabile esalazione e danno per l'igiene pubblica....”

“L'Ombrone” del 7 ottobre 1883 riproduce intanto una petizione presentata al Parlamento dal Consiglio Provinciale di Grosseto, si chiede che alcune disposizioni della legge di bonificamento dell'Agro Romano “siano estese, in parte, all'Agro Maremmano”. Ma anche in questo caso nulla si muoverà in favore delle bonifiche maremmane. “Buonificamento” è ormai una rubrica fissa de “L'Ombrone”, in questa pagina il ventinove giugno '84 si riporta la deliberazione del Comizio Agrario di Roma, fra l'altro si dice: “...Ritenuto che le bonificazioni delle paludi e dei terreni paludosi compresi nella zona più vasta di insalubrità in Italia, da Fondi a Follonica non solo debbano essere inscritte nella prima categoria, ma debbano altresì essere eseguite con la massima sollecitudine...”
Lo stesso giorno un ingegnere, Dante Bellini, vede pubblicata una sua lettera sulle pagine de “L'Ombrone”, c'è tutta l'amarezza del Risorgimento tradito, il disgusto per l'Italietta Sabauda delle periferie dimenticate: “...Se i prefetti, i quali si succedono tanto spesso a Grosseto, che è un piacere a vedersi, avessero parlato alto, bene alto al Governo, io credo che a qualche grande risultato sarebbemo già, come mi ripeteva giorni sono un neo deputato della Provincia. Essi avranno fatto, lo ammetto, qualche cosa, ma questa deve essere stata pochina davvero e tanta che il povero pubblico non lo ha mai saputo. Tutta buona gente e di cuore: lo si vide. Ho ricordato Follonica: sicuro. Ecco là un villaggio a cui sorrideva un rigoglioso avvenire, ma nato morto. Nato sotto il Governo Granducale e morto sotto quello Nazionale, così i follonichesi benediranno quel giorno nel quale io, con tanti altri, ci adoperammo a raccogliere voti per il grande plebiscito il quale gettò le fondamenta dell'Unità d'Italia. Domando io: come si sono adoperati i prefetti di Grosseto per scongiurare che quel villaggio non ritorni un ricovero unicamente di poveri pescatori, come era una volta?...”
Dante Bellini, ingegnere e forse profondo conoscitore dello stabilimento di Follonica, è in qualche modo legato al paese, per questo luogo si batte ancora sulle colonne de “L'Ombrone” il sei luglio '84 e se la prende con l'ing. Giovan Battista Rocco, che scrivendo del progetto di uno stabilimento siderurgico nazionale, non aveva considerato la candidatura di Follonica. Rocco non è piaciuto neanche al dottor Malfatti che il 28 luglio gli scrive, sempre su “L'Ombrone”, per spezzare una lancia a favore della candidatura di Follonica.

Se per Rocco la paura è di malaria, secondo Malfatti si può stare tranquilli: “...mi permetto delle cifre messe al loro posto: durante gli anni 1881 - 1882 siamo arrivati al tre per cento di mortalità, nell'83 appena al due e mezzo, nell'84, ad onta delle minacce dello zingaro, spero che di piccola frazione si passerà il due per cento. Lo Stato Civile è ufficio pubblico e ciascuno potrà verificare. Gli iscritti alla leva indigeni dal 1880 al 1884 sono stati 23. Riformati per deficienza di statura uno, per una cicatrice aderente alla tibia uno. Dunque, sopra 23, due soli, ammettendo anche che la malaria sia una potenza vulnerabile, sono stati riformati per salute. Queste sono cifre: sto mettendone insieme già da un anno e mezzo delle altre, ma poiché voglio esattezza e verità sopra tutto, così tengo le altre nel mio cassetto, ma si assicuri, sig. Rocco, che sono molto, ma molto consolanti per dimostrare che a Follonica siamo nel caso che l'aumento della popolazione ucciderebbe quel resto di aria poco buona (che si può anche ammettere esistente) mentre dieci anni or sono, l'aria avrebbe ucciso la popolazione”.
Questa discussione sul centro siderurgico nazionale dura dal '79, nel Comune di Massa e a Follonica si spera di poter giocare la carta. Gli interventi a questo scopo sono numerosi, si pubblica anche un libro che ne perora la causa. Quando le resistenze sono dovute ai problemi d'estatatura e malaria si minimizza, spesso gli stessi che danno battaglia sui giornali denunciando la “malsania” dell'aria e la miseria degli interventi, su quest'altro fronte sostengono che non vi sia motivo di eccessivo allarme.

E' già a febbraio del 1879 che “L'Ombrone” ha pubblicato un articolo in due puntate, titola: “Massa e Follonica” ed è il segnale di una questione che bollerà il futuro di Follonica e del suo stabilimento siderurgico. Ormai Follonica partecipa, fra le polemiche, alla corsa per il centro siderurgico nazionale. Il ministro Coppino ha appena varato la legge per l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita, ma in Italia (e in Maremma più che altrove) nessuno si cura di far funzionare veramente la scuola elementare.
Gli italiani sono passati dai 27 milioni del '71 ai quasi 30 milioni in meno di dieci anni. Il Paese pensa all'industria, il Ministero della Marina vuole un polo siderurgico nazionale per produrre ferro e corazzare le sue navi, senza sottostare al prezzo degli Inglesi. “L'Ombrone” ha aperto la discussione in Maremma, a Follonica c'è chi pensa si possa perdere il “treno” della grande siderurgia per il disinteresse alla soluzione dei problemi di igiene ambientale da parte del Municipio di Massa Marittima: “...E chi è quel follonichese che non veda e non senta che il suo paese sarebbe nel nulla per Massa. Chi è quel follonichese - si scrive su “L'Ombrone” - che non capisca come per l'esistenza di Follonica si debba render grazie esclusivamente al passato Governo (ndr quello del Granduca) da cui era protetta? Che cosa ha fatto Massa a Follonica? Quali spese sono state profuse perché il paese non deperisse? Nulla s togli tre lampioni malamente sterzati. Mi si creda che Follonica è stata solidale col Comune per le spese che non la riguardano, che ha dovuto far da sé quelle di cui aveva bisogno... Se il Comune avesse prima d'ora pensato a migliorare le condizioni igieniche di questo paese ora gli stabilimenti di Follonica avrebbero preso uno sviluppo tale da poter garantire che il grande stabilimento siderurgico in progetto sarebbe stato impiantato a Follonica”.

In realtà già dal 21 febbraio 1879 il Comune di Massa ha deliberato con il suo Consiglio e “L'Ombrone” ce l'ha nella cronaca del 23 marzo : “Il sindaco di Massa invita la Commissione speciale... allo scopo di ottenere non solo la conservazione degli stabilimenti siderurgici di Follonica e Valpiana, ma bensì il loro incremento nello stesso interesse generale dello Stato e della Provincia di Grosseto”. Ma per i follonichesi che pubblicano “Massa e Follonica” l'interessamento rimane tardivo.
Eppure il consigliere di Massa, Falusi, ha letto in assemblea la relazione dello studio della commissione comunale appositamente formata: “La commissione ha considerato che le disposizioni contenute negli articoli uno e quattro del disegno di legge, con le rispettive dichiarazioni emesse dalla Commissione Governativa nella relazione del 14-5-78, danno causa a gravi e fondate apprensioni circa alla conservazione degli attuali stabilimenti siderurgici demaniali di Maremma, in quanto abbandonano illimitatamente alla facoltà del Governo l'alienazione degli stabilimenti medesimi e a quelle dello assuntore dell'affitto delle miniere Elba l'impianto di nuovi in altre località; le apprensioni sono cresciute dopo che in certi ambienti si è manifestato un certo movimento, ordinato a sfruttare per mire di interesse affatto privato e locale e senza riguardo agli attuali stabilimenti di Maremma, le facoltà illimitate suddette... La commissione ha considerato che, nella attuazione dell'idea di fondare un grande stabilimento siderurgico nazionale per la fabbricazione dei materiali da guerra, in modo che i prezzi di produzione risultino tali da permettere allo stabilimento di sostenere la concorrenza dei prodotti forniti dall'estero...”, si debba in sostanza pensare a quello di Follonica, dove molte sono le condizioni favorevoli, dalla disponibilità delle forze idrauliche alla vicinanza dei depositi ferrosi elbani, alla eccezionale disponibilità di carbone vegetale e ligniti tutto intorno alla fabbrica.

Ma a Follonica, e gli indigeni hanno ragione di lamentarsi, le condizioni igieniche sono disastrose. Oltre la malaria che arriva soprattutto dal padule di Scarlino, la “trascuranza” in cui il municipio di Massa ha tenuto il paese della costa, porta a condizione insopportabile e “L'Ombrone” ne dà in una sua corrispondenza un'idea: “...La mancanza di fogne fa di Follonica una cloaca generante miasmi pestiferi, la mancanza di macelli pubblici, e conseguentemente, la necessità di macellare nell'interno dell'abitato, aggiunge nuovi miasmi; le immondizie tutte, il concime delle stalle invece di esser riunito in un luogo speciale, lontano dal paese vien tenuto da tutti dove torna più comodo, per gli orti e nei cortili. I cavalli morti vengono spellati e lasciati sul soprassuolo in luoghi vicinissimi al villaggio; uno stagno d'acqua marcia quasi dentro il paese; un Campo Santo infine, da cui si tolgono a pezzi i cadaveri vecchi per metterci i nuovi... E tutto questo è stato fatto sentire dai consiglieri nostri, dai medici locali al Municipio di Massa che non ha tenuto conto dei ricorsi...”

Nel '79, sempre su “L'Ombrone”, è intervenuta, nonostante tutto, a favore della candidatura di Follonica a centro siderurgico nazionale anche la Camera di Commercio e delle Arti di Siena. Ha inviato per questo una petizione al Parlamento perché si conservino le locali fonderie e se ne favorisca l'ampliamento. Secondo la Camera di Commercio, per ottenere la concorrenzialità delle merci siderurgiche, non si può affidare la produzione ad un solo centro. A Follonica - secondo l''ssociazione senese - si realizzano condizioni estremamente favorevoli. I luoghi di estrazione sono vicini a quelli di produzione, le risorse minerarie e boschive garantiscono anche l'adeguato approvvigionamento in loco per i combustibili. Secondo il documento - petizione, che “L'Ombrone” riproduce, a Follonica si potrebbero ottenere senza sforzo 50.000 tonnellate l'anno di ferro. A sostenere la loro idea quelli della Camera di Commercio aggiungono: “...il minerale costa per scavo lire 4,60 la tonnellata, occorrono lire 9,50 di trasporto dall'Elba, la resa è del 55-60%. Supponendo che renda il 50% e dando al carbone il prezzo massimo di 35 lire, una tonnellata di ferro costerebbe a Follonica 68 lire, quello inglese sbarcato a Livorno costa 95 lire... Va aggiunto che mentre i carboni vegetali darebbero i mezzi per ottenere un ferro della migliore qualità, le ligniti di cui è ricchissimo il territorio Massetano - secondo la Camera di Commercio - permetterebbero poi di affinarlo; né la forza motrice, né il combustibile farebbero quindi difetto...”

E per quanto riguarda il problema della malaria secondo la Camera di Commercio: “...finalmente potrebbesi senza inconvenienti abbandonare il sistema d'interrompere i lavori nella stagione estiva per un esagerato timore della malaria. Gli impiegati della Dogana e quelli Comunali risiedono a Follonica continuamente, né risentono della malaria...”
A sostegno e rinforzo della posizione la Camera di Commercio sosterrà che Follonica è in condizioni particolarmente favorevoli quanto alla possibilità di collegamenti ferroviari e marittimi. Su “L'Ombrone” si susseguono interventi favorevoli alla localizzazione in Follonica del centro siderurgico nazionale. Bastoni fra le ruote rimangono il problema dell'estatatura, il disinteresse dello Stato al risanamento della zona , i vincoli demaniali cui soggiace il vasto territorio interessato dall'insediamento e dalla gestione delle risorse combustibili. Nell'83 ancora si discute su “L'Ombrone”, il Dottor Ademollo interviene con un articolo e si richiama ad uno studio pubblicato dal dottor Malfatti e dall'ing. Parri: “...anche le condizioni igieniche sono da questi scrittori considerate... essi dimostrano quanto siano variate in meglio... e come sarebbero suscettibili di ulteriore miglioramento da ottenersi prontamente con rivolgere alacri cure alla scomparsa delle reliquie del così detto padule di Scarlino, ormai ridotto a centro infettivo di ordine secondario”.
Il tre giugno, sempre dalle colonne de “L'Ombrone”, Stefano Spagna (che è stato con il Granduca legale segretario del regio Uffizio Bonificamento Maremma Toscana negli anni 1830 - 1850), interviene per dubitare della convenienza dell'individuazione di un solo polo siderurgico: “...affermo che sopprimendo la lavoreria del ferro a Follonica si accia un passo retrogrado in quanto alla bonificazione e al miglioramento di quel paese che ebbe vita e incremento dall'esercizio dell'industria siderurgica. Mi permetto di dubitare della convenienza di creare un solo grande stabilimento che abbia il monopolio di una determinata industria e attenti per i mezzi dei quali dispone alla esistenza degli altri stabilimenti congeneri di minore importanza. Sia pure che il grande ed assorbente opificio ci liberi dalle necessità di sottostare alla tirannia della produzione estera, ma non vorrei che questa tirannia estera si convertisse in tirannia paesana; il monopolio alla pari di ogni tirannia non cessa di essere una sciagura anche quando sia esercitato dai nazionali”.

Per Follonica e la sua fonderia, strangolata dai vincoli demaniali, pesantemente condizionata dalla malaria nei mesi estivi, ridotta ad un inadeguato livello tecnologico, tira aria di smobilitazione. Gli appelli, che accoratamente si fanno per dirottare da queste parti il progetto nazionale, non hanno successo. De problema si occupano anche le riviste nazionali, quella che si intitola “Guerra alla Malaria”, organo ufficiale della Società agricola romana, pubblica il sedici marzo dell'84 un articolo di Alessandro Gelli e Giovanni Gaggioli, estrema difesa di Follonica: “...è posta sul mare, ha una spiaggia buona e sicura, riparata dai venti, dove si affollano a gara i nostri bastimenti mercantili per asportarne carboni, minerali, le scorze che i nostri proprietari capitalisti vi depositano... Ha la ferrovia che la lega con Roma e Pisa, è circondata da terre fertili ed ha una forza motrice gratuita accertata di oltre duecento cavalli vapore nella Gora, che alimenta il Regio Stabilimento a ferro di Follonica. Il quale, nello stato attuale, senza bisogno di spesa alcuna, può tutti gli anni produrre 18000 tonnellate di buona ghisa ad un prezzo minore che in qualunque altro paese d'Italia”.

A supporto di queste posizioni si danno dati non trascurabili, relativi alle disponibilità di combustibile, forza idraulica e risorsa minerale. Intorno a Follonica ci sono oltre 10 mila ettari di “feraci boschi” di proprietà demaniale che producono ventimila some di carbone all'anno, mentre le proprietà private possono darne altre settantamila, senza recare danno al vistoso commercio di carbone che viene fatto con Malta e Palermo. “Novantamila some di carbone - dicono Gaggioli e Gelli - sono più che sufficienti a mantenere in attività continua i quattro altiforni fusori di questo stabilimento... Occorrono cinque some di carbone a produrre una tonnellata (di ferro) e poiché cinque per diciotto fa novanta... i più increduli poi e i più meticolosi, per trovare il costo vero di una tonnellata di ghisa altro non hanno che fare che da porre gli occhi su queste cifre: occorrono a produrla kg.1700 di minerale dell'Elba a lire %,25%, diritto di escavazione e canone di affitto che la Banca generale pagava al Regio Governo lire 8,92. Escavazione dei kg.1700 di minerale a lire 1,50 in media compreso lavaggio ed altro 2,55; trasporto dei kg.1700 di minerale dall'Elba alla marina di Follonica, compresa caricazione e scaricazione, a lire 4,20%:...7,14; mettitura al posto sui piazzali di Follonica dei kg.1700 di minerale di minerale a lire 0,15%: ...0,26 lire; trasporti dei kg.1700 di minerale dai piazzali di Follonica agli scottieri dei forni a centesimi 15... 0,26 lire. Valuta di some n.5 di carbone a lire 90,25... 46,25 lire; fondente kg.100a lire 3,20%: ...0,32 lire; olio, cuoio, stoppa, rena, etc... 0,40 lire; mano d'opera per la fabbricazione dei kg.1000 di ghisa, compresa nuova caricazione e scaricazione di carbone, di ghisa e quanto altro... 6,55 lire. Mano d'opera alle officine di corredo ai forni... 0,70 lire; spese di impiegati, sorveglianza ed amministrazione... 1,70 lire; trasporto dei kg.1000 di ghisa prodotta dai forni ai magazzini... 0,15 lire, trasporto di scorie...1,20 lire; spese di rifacimento forni, spese impreviste 1,20 lire, costo di una tonnellata di ghisa, lite 76,50”.
Nell'85 la gara per l'affitto delle fonderie di Follonica, Cecina e Valpiana, unite alle miniere d'Elba, va deserta. La concessione sarebbe stata triennale. “L'Ombrone” del 22 aprile proprio per questo pubblica: “L'epoca ristretta per la quale vengono ceduti, è la ragione unica che nessuno può assumere l'impresa, occorrendo modificazioni ai forni fusori a seconda dei nuovi progressi, ed introdurvi macchine per la lavorazione delle ghise e tanti altri perfezionamenti che ora mancano per introdurre i quali occorrono non indifferenti capitali, ed un tempo di fitto proporzionato per le spese che occorrerebbe incontrare e poterlo realizzare con la produzione e lo sviluppo degli stabilimenti. Nello stato attuale - si prosegue sul giornale grossetano - è una vera ironia seguitare a tenerli aperti perché una buona parte del personale fu licenziato per ragioni di lavoro, dei forni ne funzionano due semplicemente accesi tardi e spenti molto presto; uno dei quali funziona per un limitato tempo proprio di prescrizione!... Presentemente il consumo essendo limitato le provviste sono residuate a quella stretta quantità occorrente anno per anno, rimanendo i piazzali sprovvisti senza corredo e tante persone prive di lavoro e il Porto di Longone pieno di bastimenti in disarmo. Sappiamo - prosegue la cronaca de “L'Ombrone” - che l'on. Deputato Racchia faceva una elaborata relazione al Ministero riflettente appunto la necessità di fornire lavori agli stabilimenti nazionali, specialmente quelli sopramenzionati, o concedergli a società le quali avessero saputo ove impiegare i prodotti che danno, e cioè le ghise e così sarebbe stato assicurato lo sviluppo degli stabilimenti e tante famiglie avrebbero potuto trovare un lavoro certo. Ma queste pratiche non furono accolte e persiste il sistema precario; le convenzioni e la politica africana tengono troppo occupate le menti dei signori ministri, e non possono pensare al lavoro e allo sviluppo dei nostri stabilimenti metallurgici...” L'asta per l'affitto delle miniere e stabilimenti va deserta più d'una volta, anche per l'anno 1886.

Nell'85 l'Italia ha fatto la scelta coloniale, per la conquista si parte di febbraio ad occupare i porti di Beilul e Massaua. L'Abissinia è però terra amara e ha un popolo orgoglioso. Nemmeno due anni dopo cinquecento italiani sono massacrati a Dogali. Muore, ma per fatto naturale, anche Depretis; al suo posto sale Crispi, un repubblicano che ha marciato con Garibaldi e ora preferisce sedere nelle stanze di Palazzo Braschi, dove se la fa con monarchici e conservatori.
Nello stesso anno, a febbraio del 1887, arrivano a Follonica il commendator Breda e l'on. Morandini, lo stabilimento deve essere chiuso. Il 20 febbraio “La Maremma” ne dà la notizia: “E' una sentenza inappellabile già da considerarsi in giudicato, poiché è una sentenza pronunciata dal progresso delle scienze economiche”. A giustificare questa posizione lo stabilimento è descritto di “vita tisica e ammalata”, senza rimedio, gli oneri troppo gravosi per lo Stato, valutati a “cinquanta , sessantamila franchi l'anno per mantenervi un simulacro di vita”. “La Maremma” è un giornale di Follonica, di posizione radicale, continuamente se la prende con i deputati monarco - liberali che, per la circoscrizione, sono l'on. Valle e l'on. Contrammiraglio Racchia. La polemica il giornale la fa spesso anche con “L'Ombrone”, quest'ultimo arriverà a chiedere un intervento coercitivo di polizia nei confronti del giornale di Follonica.

Intanto si sostiene che la chiusura dello stabilimento consentirebbe di destinare le ingenti somme risparmiate dall'erario al miglioramento igienico ed economico di Follonica. Si potrebbero liberare i boschi ed i terreni della tenuta di Follonica dai vincoli demaniali che riservano la produzione di legname allo stabilimento. Ed è in fondo quello che aveva già fatto Canapone, con un motu proprio, il 29 ottobre 1830 per lo scioglimento del territorio di Piombino dalla servitù di legnatico per lo stabilimento di Follonica. Sono i “lacci demaniali” un chiodo fisso de “La Maremma”, il 19 aprile 1888 titola: “Roba nostra”, e stampa: “Da Follonica a Massa, da S. Vincenzo a Gavorrano si incontrano distese di terreni quasi abbandonati in uno stato che fa pietà. Se chiedete a chi appartengono quei terreni vi si risponde all'Amministrazione. Con questa risposta, il popolino che ve la dà intende accennare alle fonderie, che ancora funzionano e a quelle abbandonate”. Sono terreni incolti, il contrasto è forte con i terreni dei privati ben curati e con l'interesse dei nullatenenti del posto, disposti a coltivarli. “Roba nostra”, dice di quei campi “La Maremma” e pensa a Leopoldo II, monarca lungimirante che ha previsto tutto: anche il giorno in cui la ferrovia consentirà l'approvvigionamento di combustibile alle ferriere con il carbone d'altre terre per rendere quelle lì ai maremmani.

Il quindici luglio 1888 l'Amministrazione delle fonderie passa a Tonietti e Tesei, per un po' il giornale “La Maremma” modifica la sua linea, diminuisce la pressione d'opinione per una riconversione agricola dell'economia. Tonietti e Tesei hanno in mente un rilancio della fonderia di Follonica. Se i follonichesi restano in paese anche l'estate - si promette - avranno lavoro certo con il trasporto del minerale dall'Elba in riva al golfo. Tonietti, in fondo, partecipando alla gara di appalto per la ferriera, ne ha scongiurato la chiusura e i follonichesi, per questo, gli sono grati. Ma già a novembre del 1888 il giornale “La Maremma” riprende la sua campagna di stampa, per questo ci sono due articoli, titolo “l'avvenire di Follonica”: “chiuda pure il governo - attacca il giornale - il suo stabilimento, venda in blocco i suoi terreni e i propri boschi, ma pensi anche che qui c'è un paese, una popolazione che ha per la prima il diritto di avvantaggiarsi di quei terreni, di quei boschi vincolati oggi a una industria che formava ieri una delle sue più produttive risorse”. L'idea ha una sua dignità: la provincia di Grosseto e il municipio di Massa si sbrighino a chiedere l'appresellamento immediato di tutti i terreni del Demanio. Secondo “La Maremma”, bisogna finalmente favorire la comparsa della piccola proprietà, la trasformazione dell'economia agricola della zona con uliveti e vigna, creare “un forte nucleo di intrepidi agricoltori, una popolazione che a sua volta riuscirà di utile immenso allo Stato che l'ha creata”.

Per ora intorno a Follonica sono boschi, acquitrini, bestiame brado e capanne sparse. La terra, quella buona, è latifondo: concentrata nelle mani di un paio di proprietari. Agostino Bertani - è un deputato repubblicano dell'“estrema” - il 13 aprile 1876 ha scritto a Depretis per questa “causa” di Follonica. E' solo a novembre del 1888 che “La Maremma” pubblica il testo del Bertani ed è la ricerca di una svolta originale per l'intera economia della zona. Bertani nel '76 ha chiesto per Follonica una nuova agricoltura, in cui fosse presente “il proprietario agricoltore, quello che fa da sé il proprio lavoro, il proprio commercio, i mercati, gli affari, quello che è l'anima, lo sviluppo della rivendita al minuto, quello che sovviene di generi il privato”. Ma questa è un'agricoltura nella quale il latifondo dei Rosselmini e dei Bicocchi deve essere sostituito da ottanta a centoventi poderi, dove anche le terre del Demanio a Gavorrano e Massa devono finire in mani di agricoltori “intraprendenti e laboriosi”. Bertani, che è stato a Follonica, ha scritto nella sua lettera a Depretis: “qui venne a stabilirsi un popolo laborioso e capace, arrestato nel suo sviluppo e nel suo benessere dalla trascuranza in cui fu lasciato sempre e particolarmente dal Demanio... Bisogna pertanto decidersi ad alienare in piccoli lotti tutti i terreni demaniali che sono nel Comune di Massa circostanti a Follonica e Gavorrano, abbandonati o malamente affidati o presi ad uso temporaneo da privati che ne seppero ricavare larghi profitti”. Questi terreni sono ambiti dagli abitanti della zona che pagherebbero anche “dei buoni prezzi” con vantaggio per il Demanio. L'operazione parrebbe di doppio vantaggio: il demanio incasserebbe “parecchie centinaia di migliaia di lire”, l'agricoltura sarebbe prospera con salubrità dell'aria e scomparsa della “disastrosa mano morta”.

Mentre Crispi e Umberto I puntano alle colonie e l'Eritrea, come i sultanati di Obbia e Migiurtini, diventa italiana, si pone la questione del rinnovo della concessione all'industria di Maremma. A maggio del 1890, per due anni ancora, l'appalto è aggiudicato a Giuseppe Tonietti. Follonica, per questo, fa festa. Il trentuno di maggio tutti i bastimenti nella rada issano bandiera all'albero di mezzana. Festa grande e si scacciano, per due anni ancora, i timori di una serrata allo stabilimento. L'entusiasmo, in questa terra povera, fa cronaca: “omaggio - scrive “L'Ombrone” dell'otto giugno 1890 - reso a quest'uomo energico, benefico, munificente, dai suoi concittadini, non solo ma da tutti quelli che amano il lavoro onestamente retribuito, da tutti quelli che militano sotto la sua bandiera sulla quale è scritto, non per ostentazione, onestà e lavoro”.

A fine d'estatatura, due anni dopo, ancora è la paura che lo stabilimento non riapra. “L'Ombrone” del 25 settembre 1892 interviene e auspica “che le autorità comunali unitamente a quelle della Provincia si metteranno d'accordo per scongiurare una tale iattura”. A Follonica sono immigrati in prevalenza pistoiesi, che fanno ghisa o trasferiscono legna e carbone intorno a questi forni, per la crisi interviene la “Commissione Operaia Pistoiese” dalla lontana provincia. E' la fine di settembre, l'on. Martini telegrafa al cav. Cino Michelozzi di Pistoia: “Roma 29 settembre 1892, ore 17,45. Stabilimento Follonica affidato concessionario Elba con obbligo mantenerlo attivo. Ministro finanze si adopererà eliminare difficoltà messe innanzi dal concessionario, onde contratto abbia piena esecuzione. Tanto in risposta al telegramma col quale ella esponeva i desideri di codesta popolazione. Martini”. Il primo ottobre il Ministro Grimaldi scrive all'on. Martini: “...lo stabilimento di Follonica è dato in affitto al concessionario delle Miniere dell'Elba che ha l'obbligo di mantenerlo in attività. Amo credere che l'affittuario non vorrà insistere nella pretesa di non accendere i forni, come al solito, e attendo conoscere con sollecitudine i di lui precisi intendimenti, essendo il Governo risoluto di portare all'occorrenza la questione ai tribunali, perché il contratto abbia piena esecuzione e si provveda frattanto allo esercizio dello stabilimento sia pure mediante un amministratore giudiziario. Tu puoi quindi assicurare gli operai di Follonica che la loro istanza viene tenuta nel debito conto e che nulla verrà omesso dal Ministero perché i loro voti siano esauditi. Con affetto credimi sempre. Aff.mo amico B. Grimaldi”.

Insomma l'intervento della Commissione Operaia Pistoiese vale a impedire la chiusura. Ma è il sistema delle concessioni biennali che determina la crisi. Il contratto con Tonietti - come si apprende dall'articolo de “L'Ombrone” il 25 settembre 1892 - è stato di durata quinquennale, ora - di due anni in due anni - i concessionari non rischiano il proprio capitale negli investimenti. In questi anni il minerale che si estrae inizia un viaggio singolare, finisce per lo più nelle fonderie estere e rientra come ghisa, acquistata a prezzi salati.
Per eliminare questa incongruenza e condizione della siderurgia italiana, il Governo ha già deciso di dare vita ad una “industria della fabbricazione delle ghise”. E' dal 1881 che una commissione parlamentare, integrata dalla consulenza del regio Corpo delle Miniere, è al lavoro. Dunque, per vincere la concorrenza estera ci vuole una fabbrica che disponga di grezzo a prezzi bassi e per molti anni. Finalmente il Governo si decide e coordina l'appalto delle miniere elbane a scadenza venticinquennale.

Il progetto di legge è preceduto dalla relazione di un ministro che farà strada: Giolitti assicura, nel suo intervento al parlamento, che lo stabilimento di Follonica, ora adibito a lavorare 8000 tonnellate l'anno di ferro, potrà usufruire di una quota parte delle 180.000 - 200.000 tonnellate di ferro della produzione elbana. La soluzione è inadeguata per le esigenze di Follonica, lo stabilimento è ridotto alla sopravvivenza ed è ancora “L'Ombrone” del 25 settembre 1892 che individua due obiettivi. Prima di tutto - si scrive sul foglio grossetano - bisogna portare a Follonica lo stabilimento nazionale delle ghise, se poi la scelta sarà per la costruzione di più complessi fusori, a quello di Follonica si dovrà garantire l'ampliamento. Come al solito, a sostenere la causa, si fa l'elenco delle condizioni favorevoli: siamo vicino all'Elba, intorno si produce carbone vegetale in grande quantità, l'entroterra dà lignite, ci sono le miniere di Massa Marittima, Boccheggiano e Gerfalco che “potrebbero prolungare d'assai la lavorazione degli altiforni impiantati in Follonica con benefizio grandissimo dei concessionari, che avendo in essi impiegati ingenti capitali avrebbero tutto l'interesse a profittarne più lungamente che fosse possibile e con vantaggio pure al governo...”
L'articolista de “L'Ombrone” si riferisce alla discussione del passato, quando già la questione dello “stabilimento nazionale” era vivace, a quel progetto di legge del '78, all'opuscolo su Follonica per questo pubblicato da Malfatti e Parri. Ma c'è ancora l'estatatura e ora a Follonica lo stabilimento deve chiudere per quattro mesi all'anno, gli operai emigrano quando i forni si spengono sotto il soffio della malaria.

I tempi sono stretti: l'affitto delle miniere elbane scade a giugno 1892, a quella data il governo può aver approvato il progetto di legge per l'impianto di produzione della ghisa, Follonica deve essere messa in condizioni igienico - sanitarie favorevoli. Per questo si segnala su “L'Ombrone” che “...l'unico fomite di infezione malarica che incombe su Follonica e le sue adiacenze...” è il palude di Scarlino. Serve bonifica di massima prontezza: colmatura artificiale perché il Pecora porta troppo poco in terra. Urgono 800.000 lire per spegnere il focolaio, poi vantaggi per tutti: per l'industria di Follonica e per l'agricoltura di Scarlino. Intanto nel '91 Crispi ha passato la mano a Rudinì che dura un anno, poi arriva il governo di Giolitti. Nell'agosto del '92 quattrocento delegati riuniti a Genova rompono con gli anarchici, fra loro Turati e Costa, Bissolati e la Kulisciov, nasce il Partito Socialista. I primi fasci operai si danno da fare e organizzano la protesta, zone calde sono le cave in Lunigiana e le Solfatare siciliane.
Ma nel '93 Crispi torna al potere, la scelta è per le leggi eccezionali: limiti alla libertà di stampa, si scioglie il Partito Socialista, se ne perseguono i capi, centomila cittadini vengono privati del diritto al voto. Ad agosto alcuni operai italiani vengono trucidati nelle saline di Aigues Mortes, poi un'agitazione di contadini in Sicilia diventa un bagno di sangue perché l'esercito di Crispi spara sulla folla.

In Maremma i fatti suscitano commozione, a marzo è nato un giornale repubblicano che si chiama “Etruria Nuova”. Lo stesso foglio il 10 gennaio 1894 apre una sottoscrizione per le famiglie delle vittime in Sicilia, riporta un invito mutuato dal “Messaggero” di Roma: “Ai martiri di Aigues Mortes provvede l'indennità che pagherà il governo francese e la generosità dei sottoscrittori che aderiscono alla protesta della Tribuna. E alle famiglie dei morti in Sicilia, chi provvede? Non sono forse nostri fratelli come quelli periti nelle saline francesi? O forse meritano minor compassione perché sono stati uccisi in Italia, anziché in Francia. Tanto a Aigues Mortes, come in Sicilia gli eccidi furono determinati da una sola causa; fu la miseria che ha spinto i contadini siciliani contro il piombo dei soldati...” La provincia è solidale, le sottoscrizioni arrivano numerose anche se modeste, dal capoluogo ma anche da Massa Marittima ripetutamente.

La Maremma è abbandonata, ma il Governo pensa all'Africa, il 15 aprile del '94 l'“Etruria Nuova” titola: “Rimpiango Leopoldo IIº” e scrive: “... il saperci dimenticati quasi da chi ci governa, che non trova per sanare le nostre plaghe la centesima parte di ciò che spende nelle plaghe africane... Ed è ben doloroso constatare che l'Italia unita, quella per cui si sparse tanto sangue gentile, tante menti sublimi costantemente lavorarono, che fu sogno e speranza di generazioni di eroi, che nel suo nome col pensiero e con il ferro pugnarono sfidando impavidi le persecuzioni, l'esilio, la morte, non sia capace di dare ai suoi figli quello che uno dei tirannelli dell'Austria spontaneamente largiva”.
Il ventisei maggio del '95 ci sono le elezioni alla Camera, a Follonica gli iscritti al voto sono 52, i votanti 42. Il repubblicano Socci ha ventitré voti, il liberale Modigliani diciannove. In provincia di Grosseto è Socci che viene rieletto con 2165 voti contro i 1681 di Modigliani. Cresce e si organizza il movimento socialista. Il venticinque agosto 1895 ce n'è un avviso sull'“Etruria Nuova”, una nota di Bernardino Carboncini: “alcuni vogliono istituire a tutti i costi qui a Massa una camera del lavoro, altri vogliono impiantarvi la sede di una bene intesa organizzazione socialistica...”
Intanto l'Italia vuol calcare l'Africa: nel '95 è punita sull'Amba Alagi e nel '96 a Macallè, poi c'è Adua e seimila italiani conquistano, il primo marzo, una tomba sul campo di Abba Garima. Quando è il colmo della campagna d'Etiopia, il tredici maggio 1896, “L'Ombrone” si vede indirizzata una sottoscrizione a favore degli ascari feriti. Anche gli operai di Follonica contribuiscono alla colletta, dagli alti forni tramite Giuseppe Civinini vengono lire 24,75, dalla fonderia tramite Gustavo Mencarelli lire 4,90; dall'officina meccanica tramite Stefano Giannini lire 11,40. I soldi arrivano con una lettera di Carlo Gelli, il 17 maggio “L'Ombrone” pubblica tutto.

Ma in Maremma a molti non va giù la questione coloniale, i repubblicani dell'“Etruria Nuova” sono tenaci oppositori. Il cinque gennaio del '96 l'“Etruria” ha pubblicato una corrispondenza di Ettore Socci: “...è sempre il caso di affermare la nostra decisa avversione a tutto quanto si connette all'impresa Affricana...” La settimana dopo, sempre sull'“Etruria”, è ancora Socci ad attaccare: “...Nessuno può oramai nascondersi più a lungo la leggerezza colla quale sono state condotte le cose nell'Eritrea, le difficoltà di una impresa a cui ci siamo sobbarcati così a cuor leggero, il pelago immenso in cui sta per essere scaraventato il nostro Paese. Pagheremo ben caro il prezzo della megalomania ispiratrice della nostra politica e l'Italia dovrà ricordarsi per un gran pezzo di quest'uomo fatale (ndr Crispi) che, seguendo i suoi pazzi sogni di gloria, ha sacrificato il miglior sangue italiano ed ha esaurito ogni nostra risorsa...”

L'“Etruria Nuova” è intransigente sulla questione africana e a febbraio si legge: “...l'impresa abissina, dettata dall'Italia ufficiale non avrà mai il plauso dell'Italia reale. Essa è rinnegamento della nostra origine di nazione...”, per i repubblicani di Maremma la “giovine Italia plebiscitaria aborre dall'atto della conquista”. Ma l'otto marzo del '96 la prima pagina dell'“Etruria”dà, su due colonne, la crisi del governo Crispi: “...Crispi incarnò in se stesso il concetto del governo reato: sfuggì a ogni controllo, disprezzò i due rami del parlamento, coperse... i più loschi affari..., gittò i milioni spremuti ai poveri contribuenti nella maledetta impresa africana e rise in faccia a chi gli ricordava che sulle terre incolte d'Italia si moriva di febbre e che dall'Italia partivano a migliaia gli emigranti perché non avevano più da mangiare”. Lo stesso giorno c'è spazio, in questo giornale, per una notizia sul circolo “Mazzini - Garibaldi” di Massa Marittima, che vuole organizzare una iniziativa antiafricanista. Ma quando a Massa arriva la notizia di Adua il popolo spontaneamente va in piazza e duemila persone, un pomeriggio alle cinque, gridano: “abbasso Crispi”, “abbasso l'impresa africana”.
Crispi diventa, sulle colonne dell' “Etruria Nuova” “il vecchio demente”, “il pazzo delinquente”. A maggio, mentre qualcuno sottoscrive in favore degli ascari feriti e “L'Ombrone” dà spazio alla colletta, l'“Etruria Nuova” titola in prima pagina: “Brigantaggio!” ed è il resoconto dell'intervento di Costa alla Camera: “Voi fate del brigantaggio! ...A che parlare di civiltà quando si ordine di far la guerra con i denari dei vinti, quando si frustano gli indigeni e si fucilano, a tutto pasto, i difensori della propria terra?”
Contro l'atto coloniale è solidale tutta l'“estrema”, Socci - come il socialista Costa - sulla questione non molla e, citando Menelik, scrive nell'“Etruria” del 13 novembre '96: “...Chi potrebbe in buona fede continuare ad asserire che sia un re barbaro

Appendice


La Risveglia nuova serie on-line del giornale fondato nel 1872