LA RISVEGLIA
quadrimestrale di varia umanità
Numero 3/4 Gennaio - Aprile 2000, Maggio - Agosto 2000


Gli antifascisti grossetani nella guerra civile spagnola

Dai "fatti di maggio" ai campi della miseria e della fame


Il diciannove marzo arriva a Zafra, un villaggio della provincia di Badajoz, lo sticcianese Siro Rosi, ha ventidue anni e si è arruolato nelle “Frecce azzurre” fasciste con l'intento di unirsi ai repubblicani, appena giunto in Spagna. Un mese più tardi Rosi attua il suo temerario piano, insieme a un antifascista marchigiano, Edmondo Della Santa, che si è recato nella penisola iberica con gli stessi propositi. “Con Della Santa, dopo aver preso alcuni accorgimenti precauzionali, la sera del diciotto aprile 1937, verso le 20, dopo aver fatto man bassa di munizioni e armi iniziammo la nostra pericolosa avventura, lasciando con grande dolore un solo amico: Napoli, un cane randagio imbarcato clandestinamente nella capitale partenopea...” Con cautela i due disertori procedono a piedi verso Campillo, una località, che - a quanto si dice - è sotto il controllo delle forze governative. “La preoccupazione più lacerante sorgeva dal pericolo di incontrare pattuglie. Il silenzio della notte pungente era rotto dai passi su di un terreno scosceso e dallo sciabordio quando attraversammo un acquitrino”. Percorsi venticinque km. a piedi, Rosi e Della Santa sono finalmente alla meta, dove vengono festosamente accolti dai repubblicani: “L'incontro fu commovente, dicemmo loro che avevamo disertato per chiedere di combattere nelle file repubblicane. Senza toglierci le armi e con grandi pacche sulle spalle, come è uso salutarsi fra amici spagnoli, ci abbracciammo”.

Trasferiti a Valencia, Rosi e Della Santa hanno la sgradita sorpresa di essere rinchiusi nel carcere di San Miguel, dove si trovano i fascisti catturati a Guadalajara. “Fu una doccia fredda che non riuscivamo a spiegarci. Della Santa era completamente ammutolito. Ci sistemarono in infermeria. Ai detenuti che ci chiedevano di dove si proveniva dicevamo di essere disertori e non mancarono né scherni né insulti”. Più tardi una serie di colloqui con Velio Spano, Giuseppe Alberganti e Ilio Barontini, cugino del comunista grossetano Elvino Boschi, cognato di Rosi, cancellano qualunque sospetto e i due antifascisti vengono trasferiti alla scuola ufficiali di Pozo Rubio, presso Albacete, per seguirvi un breve corso di formazione militare (1).

Nella prima metà di aprile la Colonna Italiana - comandata da Giuseppe Bifolchi - è impegnata nel difficile combattimento di Carrascal di Huesca, durante il quale perde la vita l'anarchico Antonio Cieri, uno degli eroi dell'Oltretorrente di Parma (2). Al termine degli scontri un certo numero di miliziani della Colonna torna a Barcellona o rientra in Francia, come fa Italo Ragni. Dal canto loro Socrate Franchi e Antonio Calamassi hanno lasciato la penisola iberica in gennaio e in febbraio, per ristabilirsi a Parigi e a Marsiglia, dove Calamassi viene ospitato dall'anarchico di Bibbona, Albino Zazzeri (3). Il tredici aprile la 29ª Divisione (l'ex Colonna Lenin del P.O.U.M.) muove all'attacco di Huesca. La formazione comprende molti antifascisti inglesi, belgi, francesi e italiani. Fra questi ultimi ci sono Etrusco Benci, Pietro Fancelli, Mario Traverso, Giuseppe Fusero, Pasquale Fioravanti, Camillo Lanzilotta (detto “Lancillotto” o “Nathan”) (4) e Raffaele Serra. Il quattordici aprile una pattuglia di cinque o sei volontari della Divisione attacca una casa isolata: il massimalista Serra è il primo a salire sul tetto dell'abitazione, ma, mentre sta aprendosi un varco fra le tegole, viene ucciso da una bomba sganciata da un aereo fascista (5).

A fine aprile lascia Torino l'anarchico massetano Muzio Tosi. Superata la catena alpina, attraversa la Francia meridionale e raggiunge - via mare? - Barcellona, dove si arruola in una formazione antifascista. Ai primi di maggio la capitale della Catalogna è teatro di violenti scontri fra gli anarchici e i poumisti, da una parte, e gli stalinisti e i moderati, dall'altra. Il tentativo dei comunisti di osservanza moscovita di sottrarre la Centrale telefonica al controllo dei lavoratori della C.N.T., innesca, nella Spagna repubblicana, quella seconda guerra civile, che i trotskisti belgi preannunziavano nell'estate del '36. Contrari all'abolizione della proprietà e agli esperimenti sociali degli anarchici, gli stalinisti e i moderati intendono liquidare tutto quello, che resta delle conquiste rivoluzionarie del luglio del '36, e sciogliere il P.O.U.M., oggetto da molti mesi di calunniosi attacchi da parte della stampa del Comintern, perché sostiene che la rivoluzione sociale e la lotta contro i franchisti devono progredire di pari passo e per aver condannato i processi di Mosca a Zinoviev, a Kamenev e agli altri “vecchi bolscevichi”.
In quella “tragica settimana” (6) il grossetano Etrusco Benci si trova - ricorderà Giuseppe Fusero - a Barcellona, dove, forse, si batte contro gli stalinisti e i moderati, come fanno altri membri (o ex membri) della 29ª Divisione del P.O.U.M. (ex Colonna Lenin), fra cui lo stesso Fusero, Pietro Fancelli (che, al suo ritorno a Nizza, si abbandonerà a colorite quanto motivate invettive contro “les bourreaux de la révolution espagnole”), Giuseppe Bogoni e Duilio Balduini, Renato Pace, Emilio Lionello e Mario Bramati, Enrico Crespi, Domenico Sedran, Placido Mangraviti e Nicola Di Bartolomeo, Georges Kopp e George Orwell. Il quattro maggio Francesco Barbieri (7), un anarchico, che, in Argentina, ha operato nei gruppi di azione, insieme a Severino Di Giovanni, Umberto Lanciotti e Miguel Angel Roscigna (8), e il prof. Camillo Berneri, che sulle colonne di “Guerra di classe” ha difeso il P.O.U.M. dalle calunnie di “Mundo obrero”, della “Pravda” e dell'”Humanité”, vengono arrestati nella loro abitazione da un gruppo di stalinisti e assassinati. Il cinque maggio gli uomini di Mosca uccidono gli antifascisti Adriano Ferrari e Renzo De Peretti, che, insieme a Enzo Costantini, avevano disertato, nel gennaio del '37, dall'esercito italiano per venire a combattere in favore della Spagna repubblicana (9).

Gli scontri nella grande città portuale si prolungano fino al sette maggio (10), poi si perviene a una tregua, ma il quindici maggio il capo del Governo, il socialista Francisco Largo Caballero, è costretto a lasciare il suo posto a Juan Negrín, un socialista molto più vicino del “Lenin spagnolo” ai comunisti e ai moderati. Il nuovo Governo accentua le persecuzioni contro i rivoluzionari e, a metà giugno, scioglie d'autorità il P.O.U.M., il cui segretario, Andreu Nin, viene arrestato ed assassinato (11), mentre i principali esponenti del partito finiscono nelle prigioni e nei campi repubblicani. Fancelli, Balduini e Bogoni evitano l'arresto, riparando clandestinamente in Francia. Benci resta invece in Catalogna, insieme a Fusero, e più tardi ritorna al fronte.
Intanto il Battaglione Garibaldi, al quale si sono uniti alcuni ex membri della Colonna Italiana e del Battaglione Matteotti (fra gli altri il comunista Agostino Casati, il cattolico Ottorino Orlandini, il repubblicano Arturo Buleghin e il giellista Libero Battistelli, oltre a Giulio Chiarelli (12), a Angelo Grassi) (13), si trasforma nella Brigata omonima e in giugno, insieme ad altre formazioni repubblicane, attacca Huesca nel tentativo di alleggerire la pressione delle forze franchiste su Bilbao. I combattimenti sono molto cruenti e le perdite degli internazionali assai alte: il generale Mate Zalka (“Lukacs”) viene ucciso, Vitale Giambone, Vasco Geminelli e Giovanni Di Pirano cadono davanti a Huesca, Randolfo Pacciardi si frattura una gamba, Albino Marvin è colpito gravemente alla testa, Riccardo Rohregger (“Richard”) viene ferito e Libero Battistelli muore, dopo essere stato colpito a un polmone da una pallottola: “Passo con la barella - racconterà Francesco Fausto Nitti - davanti al Comando di brigata e Pacciardi, che viene a stringermi la mano, mi comunica brutte notizie di Battistelli. Anche Bost è vicino a me, molto commosso e affettuosamente cordiale. Gli dico che il comando del Battaglione deve essere preso da Aguilar a cui spero non sia successo nulla. Bost provvede immediatamente e un portaordini corre adesso verso la battaglia” (14).

Nel mese di agosto una barca salpa dalla spiaggia grossetana delle Marze (fra San Rocco e Castiglione della Pescaia), a bordo ci sono gli anarchici Italiano Giagnoni e Pietro Aureli, l'antifascista Luigi Angelo Amadei e i comunisti Vittorio Alunno e Angiolo Rossi, il viaggio si conclude in Corsica, nel porto di Macinaggio. Subito fermati, i cinque profughi vengono poi rilasciati e si trasferiscono in Francia, da dove proseguono (ad eccezione di Giagnoni, giudicato inabile alle fatiche di guerra) per la Spagna e si arruolano nella Brigata Garibaldi, dopo un breve periodo di addestramento ad Albacete (15).
In settembre si registrano le definitive dimissioni di Pacciardi dal comando della XIIª Brigata Garibaldi: l'incarico dell'antifascista di Giuncarico passa a un personaggio dai trascorsi poco limpidi, Carlo Penchienati, che entra presto in conflitto con il comando di Divisione e si dimette, lasciando il suo posto al comunista Riccardo Formica, più noto sotto il nome di battaglia di “Aldo Morandi” (16). Nel febbraio del '38 la Brigata Garibaldi è impegnata nella poverissima regione spagnola dell'Estremadura. I combattimenti sono sanguinosi e il sedici febbraio cade ucciso, a soli ventisei anni, il comunista grossetano Vittorio Alunno. Una sorte più crudele è riservata all'anziano anarchico Mario Traverso, che, catturato dai fascisti, viene ferocemente assassinato a colpi di baionetta (17).

In primavera la Brigata Garibaldi si trasferisce in Aragona e in luglio prende parte all'offensiva dell'Ebro. In ottobre, mentre la battaglia è ancora in corso, Juan Negrín e il Governo repubblicano decidono di ritirare le Brigate internazionali dal fronte, nell'illusione che i franchisti faranno altrettanto con il Corpo di spedizione fascista. Solennemente salutati dalle massime autorità del paese, i superstiti delle Brigate vengono conbcentrati nel campo di smobilitazione di Torellò, dove molti di loro restano fino alla caduta di Barcellona, il ventisei gennaio 1939.
Entrati in Francia il sette febbraio, al termine di un angoscioso tira e molla con il Governo Daladier, gli internazionali finiscono quasi tutti nei “campi della fame e della miseria” di Argelès e di Saint-Cyprien, poi vengono tradotti a Gurs e, infine, nel campo di sorveglianza speciale del Vernet. Fra i grossetani rinchiusi sulle spiagge del Roussillon e sorvegliati dai senegalesi, dagli “spahis” marocchini e dalle guardie mobili francesi, ci sono Angiolo Rossi, Siro Rosi, Italo Ragni, Etrusco Benci, Ermanno Neri e Pietro Aureli. Francesco Pellegrini, Luigi Angelo Amadei e Muzio Tosi evitano, invece, l'internamento: Pellegrini torna in Belgio, Amadei raggiunge la Corsica, Tosi resta libero in Francia. Ancora minacciato dalla condanna a morte, pronunciata contro di lui dal Tribunale militare di Vitoria il sedici novembre 1938, Siro Rosi evade dal campo del Vernet il 31 agosto 1941 e si unisce ai “Francs tireurs partisans”. Angiolo Rossi viene invece consegnato ai fascisti italiani verso la fine del mese di settembre del '41 ed è confinato a Ventotene. Sorte analoga patisce Ermanno Neri, che, dal campo di Argelès, dove faceva parte del gruppo anarchico “Libertà o morte”, finisce nelle isole del confino. Arrestato a Gijón nel settembre del '37, Iacomelli viene tradotto a Napoli, insieme ad altri “miliziani rossi”, catturati dai franchisti, e confinato a Ventotene, dove resterà fino alla caduta di Mussolini (18). Moscatelli è invece libero in Francia e Pellegrini si trova a Bruxelles, dove riesce a sottrarsi alle insistenti ricerche dei nazisti. Arruolato nelle compagnie di lavoro incaricate di fortificare la frontiera francese, Aureli viene arrestato dagli hitleriani e tradotto, dopo varie peripezie, in un campo tedesco, dal quale tornerà nel '45. Più sfortunato di lui, Ragni passa dal campo di internamento di Gurs a quello di sterminio di Mauthausen, dove morirà di stenti. Giunto in Belgio, dopo essere stato internato a Argelès e a Gurs, Etrusco Benci riesce ad unirsi al movimento partigiano belga, ma viene catturato dai nazisti, condannato a morte e fucilato a Bruxelles il dodici giugno 1943, insieme a più di duecento partigiani e patrioti (19).

Note

1)Rosi, Siro. Dalle file dei legionari di Mussolini alla Brigata Garibaldi, La Spezia, 8-9 mag. 1971, AB, Fondo Giuseppe Bogoni.

2)I funerali del compagno Antonio Cieri, Guerra di classe, n.14, 1 mag. 1937; Furlotti, Gianni. Antonio Cieri, ardito del popolo, sulle barricate antifasciste di Parma (2-7 agosto 1922), L'internazionale, n.5, set.-ott.1992, p.4.

3)La Colonna Italiana / a cura di Alvaro López, Roma: AICVAS, 1985.

4)Su Camillo Lanzilotta (alias Adriano Lancillotto e Adriano Nathan), cfr.: Arquer, Jordi. Test., Barcellona, feb. 1979, AB, P9,30; Lancillotto, A. Note sulla questione militare rivoluzionaria, Guerra di classe, n.5, 2 dic. 1936; Morrow, Felix. L'opposizione di sinistra nella guerra civile spagnola, Roma: La nuova sinistra Samonà e Savelli, 1970, p.153, 190.

5)Raffaele Serra è caduto per la rivoluzione sociale, Avanti!, n.9, 16 mag. 1937; Mombello, O. Il soldato della rivoluzione, ivi.

6)”The tragic week in Barcelona” è il titolo di un opuscolo sui fatti del maggio, scritto, nel 1937, dall'anarchico tedesco Augustin Souchy, che uno di noi ebbe la gradita occasione di conoscere nel 1974, a Firenze, in casa di Hugo e Siphra Rolland.

7)“Nel pomeriggio del giorno dopo, mercoledì, verso le ore 18 si presentò la solita dozzina fra militi della organizzazione sindacale U.G.T. col bracciale rosso e poliziotti armati, più uno vestito in borghese, che dichiararono in arresto Camillo Berneri e Francesco Barbieri. Quest'ultimo, domandata la ragione dell'arresto, gli fu risposto che ciò avveniva in quanto trattavasi di elementi contro-rivoluzionari. Di fronte ad una simile affermazione il Barbieri rispose che durante i suoi vent'anni di militanza anarchica era la prima volta che gli veniva lanciato un simile insulto. Il poliziotto rispose che “appunto perché anarchico era un contro rivoluzionario”. Irritato il Barbieri domandò allora all'insultatore il suo nome, riservandosi di domandargliene conto in altra occasione. Il poliziotto rovesciando il bavero della giacca mostrò la targhetta metallica portante il n.1109 (numero che venne rilevato e ricordato dalla compagna del Barbieri [Fosca Corsinovi] che era presente alla discussione)” (La barricata a Barcellona: stile “moscovita” 1937: come fu assassinato Camillo Berneri, Il martello, 28 mag. 1937).

8)Bayer, Osvaldo. Gli anarchici espropriatori e altri saggi sulla storia dell'anarchismo in Argentina, Cecina: Archivio famiglia Berneri, 1996, p.23-34. Barbieri era “venuto dalla Svizzera con Renzo Giua” e “si era poi trattenuto a far politica e polizia a Barcellona, mentre Giua proseguiva per il fronte con la colonna Durruti” (Magrini [Garosci, Aldo]. Rosselli in Spagna, cit., p.28).

9)Berneri y Ascaso fueron enterrados ayer, La batalla, 12 mag. 1937; I nostri morti: Camillo Berneri, Il martello, 28 mag. 1937; Vella, Randolfo. Ricordi sulla rivoluzione spagnola: alla ricerca di Berneri e Barbieri, Il libertario, n.24-25, 23 lug. 1952; Mascii, Giuseppe. L'uomo Berneri, L'internazionale, n.9, 1 mag. 1967; Nocchi, A. Perché Berneri fu assassinato, ivi; Garinei, Italo. L'assassinio di Camillo Berneri, Seme anarchico, n.5, mag. 1937; Gozzoli, Virgilio. Plaza del Angel, Umanità nova, n.17, 6 mag. 1967; Turcinovich, Nicola. Lettera aperta al compagno Bifolchi: il maggio di sangue di Barcellona, ivi, n.19, 27 mag. 1967; Madrid Santos, Francisco. Camillo Berneri, un anarchico italiano (1897-1937): rivoluzione e controrivoluzione in Europa (1917-1937), Pistoia: Archivio famiglia Berneri, 1985; Carrozza, Gianni. Alcuni elementi per la comprensione dei rapporti tra Berneri e il movimento anarchico, in: Atti del Convegno di studi su Camillo Berneri, Milano, 9 ottobre 1977, Carrara: La coop. Tipolitografica, 1979, p.21-46; Rama, Carlos M. Camillo Berneri e la rivoluzione spagnola, ivi, p.61-87. Miliziano nel Battaglione Matteotti, Enzo Costantini lasciò le armi, dopo l'assassinio di Ferrari e De Peretti (K1B45: lombardi e ticinesi per la libertà della Spagna / [a cura di Gianfranco Petrillo], Milano: Vangelista, 1976, p.89-90).

10)Riferendosi ai fatti di maggio, Pacciardi ha scritto nel 1986: “Il mio dissidio con i comunisti, compresi i consiglieri sovietici scoppiò quando mi rifiutai in Aragona, nella sua capitale provvisoria Caspe, di portare la brigata Garibaldi a Barcellona in servizio di ordine pubblico contro gli anarchici” (Pacciardi, Randolfo. Dall'antifascismo alla repubblica, Roma: Archivio trimestrale, 1986, p.XVIII-XIX).

11)Sull'assassinio di Nin, vedi: Sonia [Virginia Gervasini]. Un crime politique sans précédent..., Le Soviet, n.12, 31 ago. 1937, p.1; Casciola, Paolo. Operazione Nikolai: la verità sull'assassinio di Andrés Nin, Ragionamenti sui fatti e le immagini della storia, n.38, giu. 1994, p.20-31.

12)Nato a Prata Camportaccio (Sondrio) il 18 maggio 1906 in una famiglia cattolica, Giulio Chiarelli fece il calzolaio in Francia dal '19 al '26. Rientrato in Italia per assolvere gli obblighi di leva, espatriò di nuovo nel '28 e si stabilì a Grenoble. Spostatosi a Parigi nel '29, si iscrisse al P.C.d'I. “Svoltista” convinto, tornò in Italia nel '30, per riorganizzare il partito. Arrestato a Roma il ventisette luglio, fu processato insieme a Giulio Ricci, a Carlo Marturano, a Giuseppe Izzo e ad altri antifascisti e condannato dal Tribunale speciale, il diciassette novembre 1930, a dodici anni di carcere e a tre anni di libertà vigilata per aver diffuso l' “Unità” e l'“Avanguardia” e per aver celebrato la “giornata internazionale contro la guerra”. Amnistiato nel '34, venne schedato dalla Prefettura di Sondrio il ventidue febbraio 1935.
Assunto verso la fine di giugno dello stesso anno dalla Società generale elettrica cisalpina di Campodolcino, fuggì clandestinamente in Svizzera il ventisei agosto 1936, passando per la valle alpina di Lei, poi, dopo aver incontrato a Zurigo la sorella Rina, proseguì per Parigi, dove si unì il diciassette settembre a un gruppo di volontari antifascisti, che si accingevano a partire per la Spagna. Valicati i Pirenei il ventisette settembre, venne aggregato al Battaglione “La Commune de Paris” e raggiunse il fronte madrileno. Il tre novembre sua sorella Rina scrisse da Zurigo ai genitori: “Non dispiacetevi, ma Giulio è proprio in Spagna. E' partito da Parigi il ventotto settembre ed è arrivato il due ottobre a Camprodon, un paesello spagnolo, da dove mi arrivò una lettera, dandomi notizia della sua decisione. Con lui sono partiti centinaia di italiani, francesi, polacchi e ungheresi, in questo paese [avrebbero soggiornato] alcuni giorni in attesa di altri arrivati, e poi sarebbero ripartiti per Barcellona... Quel che vi raccomando non abbattetevi, è inutile straziarsi il cuore..., non possiamo cambiarlo... Dobbiamo quasi considerarlo, come [non] più nostro, ma solo della sua idea, solo quella lo domina e le ubbidisce pronto a qualunque sacrificio, fosse pure la propria vita. Quest'idea così intima in lui riesce perfino a far tacere il rimorso d'avere dato ai suoi cari, alla sua mamma in particolar modo, dei grandi dolori, che spezzano la vita di alcuni anni... Noi preghiamo Dio per lui, come pure Paolo, che lo mantenga in salute e che lo scampi dal pericolo al quale si è precipitato...”
Ferito a un braccio il sedici dicembre, Chiarelli trascorse la convalescenza a Alicante. Inviato, dopo la guarigione, ad Albacete e incorporato nella Brigata Garibaldi, venne ferito a una spalla il sedici marzo 1938. Rientrato in Francia alla fine di luglio, dopo un lungo ricovero in ospedale, lavorò nelle miniere della Grand Combe (Gard) fino al 9 giugno 1940, allorché fu arrestato dalla polizia transalpina. Internato nei campi di Remoulins e di Valleuragre (Gord), venne successivamente tradotto al Vernet, dove si occupò della biblioteca. Dal campo francese indirizzò ai genitori, il quattordici maggio 1941, questa lettera: “Carissimi genitori, poche righe per darvi mie notizie. La mia salute è sempre buona malgrado le ristrettezze che ci sono imposte. Un certo numero di internati italiani sono ritornati in Patria, altri aspettano di essere rimpatriati fra giorni. Finora non ho chiesto di rientrare. La Commissione Italiana di armistizio è venuta la scorsa settimana e ha chiesto chi voleva ritornare in Italia. La maggioranza di noi si è fatta iscrivere nelle liste di rimpatrio. Ci siamo rifiutati solo coloro, ai quali il ritorno rappresentava un certo rischio. E' una decisione che ho sempre tempo di prendere più tardi quando si presenterà una migliore possibilità per i nostri casi...” Ma il rifiuto di rientrare in Italia non impedì ai collaborazionisti francesi di consegnarlo, alla fine del '41, alle autorità italiane. Portato a Sondrio, Chiarelli rimase in carcere fino all'inizio del '45 per scontarvi la pena, alla quale era stato condannato il nove luglio 1937 “per espatrio clandestino” (ACS, Roma, CPC, b.1292, fasc.27124; Dal Pont, Adriano. Carolini, Simonetta. L'Italia dissidente e antifascista..., Milano: La pietra, 1980, vol.1, p.418; Arfé, Gaetano. La storia strappata, Liberazione, 28 ott. 1999).

13)Angelo Grassi nacque a Sinalunga (Siena) il ventotto agosto 1904 in una “famiglia di sovversivi” e si fece notare, durante il biennio rosso, per l'assidua presenza alle “dimostrazioni sovversive” e la militanza “nelle file dei partiti estremi, senza esservi iscritto...” Anche la madre partecipò alle agitazioni del primo dopoguerra e un suo fratello, Cesare, fondò la sezione comunista di Rigomagno nel '21. Dieci anni dopo Angelo emigrò, insieme alla madre, in Francia, dove si unì in matrimonio alla comunista Gabriella Rossi. Nel '32 fu segnalato dalla Prefettura di Siena per l'attività antifascista, che svolgeva oltr'Alpe, e nel '37 valicò i Pirenei e si arruolò nella Brigata Garibaldi, combattendo, poi, in Aragona e sull'Ebro. Lasciata la Spagna dopo la caduta di Barcellona, venne internato a Saint-Cyprien, a Gurs e al Vernet e fu privato, per ragioni politiche, della nazionalità transalpina dal Governo di Vichy. Il dodici settembre 1941, mentre era ancora prigioniero al Vernet, le autorità francesi chiese a quelle italiane se erano favorevoli al rimpatrio di Paolo Bernicchia, di Giuseppe Cervara, residente a Mandelieu (Alpi Marittime), di Riolo Gerardi, dimorante a Château-Arnoux, e di Angelo Grassi, residente a Gattières (Alpi Marittime): “Questi stranieri, comunisti notori, si sono fatti notare in questi ultimi anni per la loro attività rivoluzionaria. In applicazione delle disposizioni prese dal Governo francese per la lotta contro la propaganda sovietica in Francia, gli interessati che erano stati mobilitati sono stati privati della nazionalità francese. Poiché la loro presenza in libertà sul nostro territorio costituiva un elemento di turbamento, sono stati espulsi dalla Francia e internati al Campo del Vernet in attesa che le autorità italiane prendano una decisione nei loro riguardi”. Rilasciato il ventuno aprile 1942, Grassi formò a Gattières i primi gruppi di “Francs-tireurs-partisans”, ma il sette luglio 1944 venne arrestato dai nazisti a Nizza e orribilmente torturato insieme al partigiano francese François Perrin, prima di essere impiccato a un lampione stradale, dove il suo corpo e quello del Perrin vennero lasciati a lungo (ACS, Roma, CPC, b.2507, fasc.114525; Leonetti Carena, Pia. Les italiens du maquis, Paris: Del Duca, 1968, p.72; La Spagna nel nostro cuore, 1936-1939..., cit., p.235)

14)Nitti, Francesco Fausto. Il maggiore è un rosso, Milano-Roma: Avanti!, 1953, p.101; Pacciardi, Randolfo. Il Battaglione Garibaldi..., cit., p.217-230.

15)Vedi la scheda di Vittorio Alunno.

16)Sulla sconcertante figura di Penchienati: ACS, Roma, CPC, b.3838, fasc.112151. Si legga inoltre il dattiloscritto di 43 pagine del “Maggiore: Carlo Penchienati ex comandante della Brigata “Garibaldi””, conservato nello stesso fascicolo e intitolato: “I delitti dei caporioni comunisti nelle Brigate Internazionali in Spagna”. Il memoriale, stilato nella seconda metà del '41, dopo l'inizio dell'aggressione nazista all'Urss, si conclude così: “Oggi che finalmente ho rimesso piede sul suolo della mia Patria, dove molte Madri piangono i loro figli assassinati dalla “Tcheca” in Spagna e nel momento in cui i soldati Italiani combattono a fianco degli alleati germanici i bolscevichi fautori di disordini nel mondo intero, rendo di pubblica ragione gli episodi di delinquenza di cui si resero colpevoli i caporioni comunisti in Spagna...” (ivi, p.43)

17)Delperrie de Bayac, Jacques. Les Brigades internationales, cit., p.330.

18)Vedi la scheda di Iacomelli.

19)Sedran, Domenico. Test., San Giorgio della Richinvelda, 15 ago. 1975; Test., San Giorgio della Ri chinvelda, 27 dic. 1975; Leonetti Carena, Pia. Les italiens du maquis, Paris: Del Duca, 1968, p.142.


GLI ANTIFASCISTI GROSSETANI NELLA GUERRA CIVILE SPAGNOLA


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