LA RISVEGLIA
quadrimestrale di varia umanità
Numero 2 Settembre - Dicembre 1999


L'esercito del dolore
dalle trincee al manicomio

note per uno studio su mille soldati ricoverati al frenocomio S. Girolamo di Volterra, durante la prima guerra mondiale

"Mi devono tagliare i piedi, signor tenente, tutti e due. Stamattina il colonnello ha detto che mi si deve amputare, e subito; sa, loro qui fanno presto, ma tardi. Il mio tenente mi aveva mandato giù due volte, con i piedi così, come due focacce. E il medico mi ha rispedito in linea facendomi accompagnare per un pezzo dai carabinieri: diceva che avrebbe dovuto mandare all'ospedale tutto il reggimento, e che del resto in trincea ci si può stare benissimo anche seduti. Lui però non ci si prova". (1)

Così un fante, nella prima guerra mondiale e così un medico dei tanti, emblema dell'ipocrisia di una professione, obbediente alla non ragione della guerra, in un contesto di bombe e di morte, di ordini assurdi, d'inadeguatezza dei mezzi e di folle impresa.

E' la "grande" guerra nella quale si getta un popolo contadino, tragedia collettiva di uomini mandati al macello da uno Stato Maggiore la cui arretratezza tattica e il perseverante impegno su scelte fallimentari finisce per somigliare a un delirio, mentre - oltre la morte - migliaia di fanti passano dalle prime linee ai manicomi del Regno, come tragici fantasmi segnati dall'esperienza bellica, silenzioso o urlante esercito del dolore, infine confinato e paradossalmente salvo nello spazio neutrale e pallido del frenocomio.

"Imbottivamo alla meglio i vuoti che ogni azione apriva, giorno per giorno, spaventosi nei reggimenti. E su, fanteria pelandrona, all'attacco. I nostri soldati si fecero ammazzare così, a migliaia, eroicamente, in questi attacchi assurdi che si ripetevano ogni giorno, ogni ora, contro le stesse posizioni. Nessun alto ufficiale fu visto mai salire tra noi per rendersi conto, per giudicare..." (2)

E' guerra senza freni, fabbrica di eroi e di miserie, luogo per il coraggio dei poveri e la nefandezza dei comandi: quando si distribuisce, prima di ogni attacco, l'alcool e i sintomi dell'ebbrezza divengono virtù militare.
E' un esercito povero, fatto di poveri, quello che - con generosità - si lancia in assalti frontali, estenuanti, quanto improduttivi, attacchi che si frantumano sui reticolati avversari, in arrembaggi reiterati e frustanti, per occupare o solo per provare a occupare, qualche metro di terra.
Sono assalti rintuzzati dal micidiale "raganellare" delle mitragliatrici, che pongono fine, per sempre, al "trotterellare" della "teppa", che spengono vite e accendono tragedie familiari, che chiudono storie, spesso troppo brevi, come quelle di tanti adolescenti.

In questa guerra poi c'è un "nemico" distante solo qualche passo, "bersaglio" da abbattere, o "cacciatore" a sua volta, quando, "cecchino", sta alla posta dei meno esperti, degli imprudenti o di quelli che incorrono in una banale - e mortale, definitiva - disattenzione.
E' la fanteria a pagare il tributo più alto e tremendo di sangue, di perdite umane, di esistenze travolte e annientate.
Se ne vanno così migliaia di fanti, scompaiono per sempre come "teppa" balzata fuori dalle luride trincee col pugnale fra i denti, la bomba in saccoccia, le cesoie tarlate in mano.

Ed è il dramma di chi sta al fronte che si coglie anche in questo brano ripreso da una pubblicazione giubilare, diffusa mezzo secolo dopo la fine della guerra: "A Plava, quattro brigate combatterono con indomito valore, ma non riuscirono ad avanzare che di pochi metri. Sul Podgora e a Oslava furono sei le brigate che si sacrificarono inutilmente. Sul Carso, infine, gli effettivi di due Corpi d'armata andarono a infrangersi inutilmente contro il ciglione occidentale, strappando qualche punta rocciosa o qualche sperone isolato... Il 7 luglio [1915] la battaglia venne sospesa... Troppo alti i sacrifici, troppo ineguale la lotta fra attaccanti e difensori..." (3).
Falliti i tentativi di Cadorna di risolvere rapidamente il conflitto, "sulla fronte italiana" subentra la quotidianità snervante, scandita dai colpi micidiali dei cecchini, vissuta dentro buche che pretendono di essere trincee, malfatte e poco profonde, insicure e spazzolate, giorno dopo giorno, dagli obici dei nemici.

E' una consuetudine cupa, deprimente, rotta solo dalle carneficine degli assalti improvvisi, impasto orrendo di sporcizia e di cimici, di morti lasciati nella terra di nessuno, nella loro immobilità, più drammatica delle maschere di stecchettiana memoria.
E' in questo contesto che i valori positivi e gli equilibri psichici, anche quelli più saldi, vengono posti in pericolo o subiscono un rapido processo di alterazione e distruzione, è così che la guerra diventa malattia (4).
Questa del 1915 - 1918 è, sotto molti profili, anche una guerra "nuova", molto diversa dalle precedenti, intrapresa con notevole impreparazione e superficialità dai governanti, illusi nella fase iniziale che non durerà più di qualche mese.
Il presidente del Consiglio Salandra, ad esempio, pensa (nell'agosto 1915) che tutto si concluderà prima dell'inverno e giudica infondati i timori avversi di Francesco Saverio Nitti (5).

Senza dilungarsi sulle cause che scatenano il conflitto, bisogna sottolineare che in generale la storiografia ritiene che non sono le rivalità economiche a determinarlo, piuttosto la guerra scaturisce dal contrapporsi fra le politiche delle diverse potenze, è un complesso gioco che sfugge "di mano a tutti nell'istante decisivo, senza che nessuno [abbia] davvero premeditato una guerra mondiale" (6).
In Italia la decisione di attaccare l'Austria - Ungheria si deve "in parte all'azione del governo, in parte ad un sommovimento dell'opinione pubblica, sollevata sia da sentimenti genuini, che da variopinte propagande politiche, d'origine interna e internazionale" (7).

In questa vigilia di guerra ci sono, nel nostro Paese, neutralisti e interventisti di varie matrici e indirizzi. Tra i fautori della guerra all'Austria si schierano i democratici come Salvemini, i sindacalisti rivoluzionari come De Ambris, Corridoni e Tullio Masotti, i repubblicani di Barzilai e i socialisti di Bissolati e Bonomi, e con loro altri che democratici non sono, dai nazionalisti alla maggior parte dei radicali di destra, fino a Mussolini, a D'Annunzio e ai vociani.
I contrasti sono aspri, ci si accapiglia "furibondamente" tra fautori della pace e sostenitori della guerra, con ogni eccesso di linguaggio", come scrive De Ambris, sindacalista rivoluzionario e poi interventista (più tardi emigrerà in Francia per morire in esilio) e estensore, nel 1920, della Carta del carnaro a Fiume. Alla sua penna si deve questo significativo e pacato brano: "La storia dirà a suo tempo chi errò e chi fu nel vero; ma oggi - lo penso - i sinceri interventisti e i sinceri neutralisti di allora possono guardarsi in faccia serenamente, senza menzogna ipocrita, riconoscendosi ugualmente degni del reciproco rispetto, anche se duri la diversità dell'apprezzamento intorno alla guerra e alla posizione che in essa doveva assumere l'Italia" (8).

Guerra, dicevamo, diversa da tutte quelle precedenti, che mostra limiti e perniciosità delle antiche tattiche militari e riduce, o cancella, l'importanza e il ruolo che in precedenza hanno avuto alcuni corpi, come la cavalleria, ormai largamente impotenti di fronte all'impiego di armi micidiali e, per il tempo, sofisticate, come le mitragliatrici e gli obici.
Una guerra, che dovrebbe indurre i belligeranti a radicali trasformazioni delle canoniche tecniche militari, che, invece, continuano ad applicarsi insistentemente contro ogni logica tattica e soprattutto contro ogni elementare rispetto delle vite dei soldati.

Si può dire in proposito che lo Stato maggiore italiano, nei mesi che vanno dall'agosto del 1914 al maggio 1915, non fa tesoro delle esperienze degli eserciti dell'intesa e dell'ex triplice alleanza, né per aggiornare i modi di combattere, né per fornire all'esercito un armamento adeguato.
Occorrono mitraglie, cannoni, strumenti efficaci di offesa, ma quando l'Italia entra in guerra di tutto questo c'è pochissimo, le bombe a mano sono sconosciute, molti ufficiali sono costretti a comprare le pistole per proprio conto, i fucili distribuiti risultano di modelli vecchissimi, mancano vetture e autocarri, c'è solo abbondanza di cartucce (9).

Servirebbe anche un adeguato vestiario: scarpe e guanti di feltro, capaci di scongiurare quei congelamenti dei piedi e delle mani che si verificheranno sulle prime linee italiane, a cominciare dalle notti di settembre e ottobre, aggravandosi e generalizzandosi nei mesi più freddi (10), ma a chi - nei mesi di giugno o luglio del 1915 - ha proposto di fornirli, le gerarchie politiche e militari hanno opposto secchi rifiuti, pronunziati quasi con scherno (11).
Le spese di questa impreparazione ricadono sui combattenti, sulla fanteria soprattutto, su chi va in prima linea, su chi sopporta con coraggio, e anche con rassegnazione e timore, gli oneri più gravosi della guerra, le sofferenze e la morte. Ed è il coraggio dimostrato ogni volta che si giocano le vite, buttate fuori dai camminamenti, dagli scavi angusti che pretendono il nome di trincee.
E' la rassegnazione dinanzi all'inevitabile fatto di trovarsi ormai al fronte, timore - in fondo - non del nemico, ma semmai dei carabinieri, degli "aeroplani", come li chiamavano, dei "cappelloni", che stavano alle loro spalle, paura anche dei Tribunali militari che nel passare del tempo lavoreranno con sempre maggiore alacrità per emettere sentenze che oggi appaiono abnormi, disumane, documenti di barbarie e mostruosità giuridiche.

E' stato scritto che: "E' un luogo comune riconoscere che il mondo contadino italiano non sentì la guerra..." (12)
E' altrettanto accettato che alle polemiche violente tra fautori e oppositori della guerra la maggior parte del popolo italiano, che pure in quegli anni guarda al conflitto preoccupata, rimane estranea.
Questa estraneità sembra valere specialmente per la campagna, anche se non esclude la città.
Dalla campagna, infatti, provengono in larga prevalenza i fanti dell'esercito italiano, ne costituiscono anzi oltre il 50 per cento e fra gli strati sociali presenti al fronte hanno il numero più elevato di caduti (che sono complessivamente 571.000) e di feriti.
Le possibilità per questi uomini della terra di sfuggire la prima linea, il fronte, sono scarse, il loro lavoro non ha del resto - diversamente dalle attività industriali - importanza strategica, così, mentre gran parte del proletariato urbano viene lasciata nelle fabbriche a produrre cannoni e autocarri, proiettili e mitraglie ( sia pure con i vincoli e limiti del richiamo ), i contadini sono inquadrati nell'esercito e condotti alla battaglia.

Nonostante una preparazione sommaria all'uso delle armi, essi non si sottraggono agli ordini che ricevono e sono i protagonisti di quelle ondate frontali verso gli austriaci teorizzate e fatte praticare dal generale Cadorna.
In teoria i fanti devono, dopo un fuoco di preparazione dei mortai, andare all'assalto delle trincee nemiche, in gran numero, in formazioni molto fitte.
Nella realtà succede che, essendo inadeguata l'azione dei cannoni, quando i fanti escono dalle trincee italiane, trovano i reticolati austriaci e cadono a migliaia sotto il fuoco delle mitragliatrici. Gli austriaci dichiareranno più volte che tirare sui fanti italiani è più facile che sparare al bersaglio (13).
C'è una pagina del Salsa al riguardo illuminante: "Man mano che si saliva su, verso il bordo del carso, la resistenza si faceva più tenace: urtammo contro le prime trincee protette dai reticolati. Il reticolato! Il coraggio non puù nulla contro questa misera e terribile cosa: la massa non può nulla. Eravamo sprovvisti di tutto: e le ondate si impigliarono in queste ragnatele di ferro, vi s'infransero come contro scogliere di granito. Le prime trincee fuyrono conquistate, sì: anche le prime siepi di filo di ferro, affastellate dalla fretta in modo provvisorio, furono sfondate dall'impeto disperato: dovunque, sul San Michele, a San Martino, al monte Sei Busi, sull'altipiano di Doberdò, lungo le alture di Selz, questa marea d'uomini fu avventata ciecamente contro la ferocia del nemico e delle sue difese, su per la pietraia ostile: carne umana contro la materia bruta, veemenza di primavera contro la macchina in agguato, coraggio aperto contro l'insidia nascosta: e dovunque l'urlo dell'assalto fu soverchiato dal freddo balbettamento delle mitraglitarici. Si giunse fin sotto l'orlo del Carso, intagliato da trincee preparate da tempo, munite di ogni arma e frangiate di reticolati profondi, densi, solidi. Ma il terreno conquistato era stato coperto di morti: quasi tutti i reggimenti vennero pressoché annientati..." (14).
Con una strategia militare - se così ci si può esprimere - di questo tenore, ai fanti si richiede solo di uscire dalle fosse, di avventarsi verso il nemico, di ucciderlo se possibile, o di farsi uccidere.

Ogni assalto provoca vuoti enormi nella fanteria e per colmarli - come vedremo - alle visite di selezione e arruolamento gli ufficiali medici non spaccano certo il capello in quattro, non sono troppo sofisticati o meticolosi nell'affibbiare patenti di "abilità".
Si aggiunga che dopo la sconfitta di Caporetto prevarranno criteri ancora più sbrigativi e si manderanno in faccia al nemico anche coloro che prima si sono dichiarati rivedibili, o persino riformati, nonché chi ha gravi malattie e chi presenta seri difetti fisici o stigmate da malattie acquisite o ereditarie (15).

Quale vita conducono i soldati al fronte?
Ci sono numerose memorie in proposito, l'abbrutimento è generalizzato, grave, gli interessi sempre minori, le letture scarse e di poco valore.
In questi anni, fra gli uomini delle prime linee, hanno una notevole fortuna i racconti e i romanzi di Guido da Verona, un narratore ( ormai dimenticato ) che in qualche modo si richiama a D'Annunzio, pur non avendo i pregi letterari del poeta - soldato. In generale tabacco e alcol sono largamente consumati ed è ancora Salsa a soccorrerci con la sua testimonianza: "Il testone arruffato del sergente sopraggiunse in questa nebbietta di luce. - Ah, che disgrazia, signor tenente! - Qualche ferito? - Il barile del vino, signor tenente, spaccato in due come un cocomero. Era ancora intatto, dio madonna, come l'avevano portato su..." (16)
Emilio Lussu poi si sofferma più di una volta sul consumo di vino e di cognac fra ufficiali e soldati, il racconto è spesso ironico, brillante. Ascoltiamo: "...slacciò la borraccia e bevette qualche buon sorso. Era certamente del buon cognac, perché io sentii un odore insopportabile di polvere da caccia. "Io", disse rimettendo il turacciolo alla borraccia, "adoro l'Odissea di Omero perché, ad ogni canto, è un otre di vino che arriva". "Già", osservò, "è curioso. E' veramente curioso. Né nell'Odissea, né nell'Iliade, v'è traccia di liquori". "Te lo immagini", dissi, "Diomede che si beve una buona borraccia di cognac, prima di uscire di pattuglia?" (17)
E più avanti: "Levò il turacciolo, l'accostò alle labbra per bere. Ma s'arrestò di scatto, con nel viso un'espressione di stupore e di ribrezzo, come se dalla borraccia avesse visto spuntare la testa di una vipera. "Caffè e acqua!" esclamò in tono di compassione. "Giovanotto, incominci a bere, altrimenti anche lei finirà al manicomio, come il suo generale" (18).

Prima degli assalti si distribuiscono fra i soldati alcolici in abbondanza, e fra questi specialmente il cognac; i fanti sanno bene che quando vengono portati i liquori si è alla vigilia immediata di un combattimento. Una testimone ricorda che i suoi fratelli, quando tornavano in licenza dal fronte, le sembravano molto cambiati, trasformati, sempre pronti all'alterco, alla reazione violenta. "Poverini, uno ha combattuto a Gorizia, al cimitero, gli davano sempre quella robaccia, cognac e forse anche peggio, anche di lì cominciarono i loro guai" (19).
I fanti stanno a lungo in prima linea, "in faccia al nemico"; quando avvengono le rotazioni con altri corpi, chi è stato in trincea resta comunque "in presenza del nemico", a poca distanza dalle linee di fuoco, con scarse possibilità di svago e di rinnovamento, anche momentaneo, della propria vita.
E allora, di nuovo, si ricorre al vino, ai liquori forti, così può capitare che chi è giunto in Trentino o al Carso senza dipendenza dagli alcolici, venga ad acquisirla. "Bevevano tutti", ricorda Portanti (20).

Poi ci sono le donne. Raramente si tratta di relazioni sentimentali con le ragazze dei paesi del veneto, con nascite più o meno numerose di bambini illegittimi; più frequentemente si tratta di prostitute, che come sempre succede prosperano al seguito delle armate.
E amore mercenario significa, ovviamente, larga diffusione delle malattie veneree, soprattutto lue e blenorragia, particolarmente temibili per la mancanza degli antibiotici.
Ecco, in proposito, una pagina di Remarque, molto esplicativa e ricca di significati: "Perché non s'è fatto curare subito?" "Io non sapevo che cosa fosse... Mi è venuta del resto molto tardi e pareva cosa innocua. Poi se n'è andata da sé". Il medico scuote la testa: "Già", dice con flemma "questo è il rovescio della medaglia". Mi vien voglia di sbattergli una sedia sulla testa. Che ne sa lui cosa voglia dire aver tre giorni di licenza per Bruxelles e arrivare dal pantano delle trincee, dall'orrore del sangue col treno notturno in una città con strade, lampioni, luce, negozi e donne, con vere camere d'albergo e candide vasche da bagno, dove si può sguazzare e levarsi di dosso il sudiciume, con musiche lievi e terrazze e vino fresco e greve! Che ne sa costui del fascino che ha la nebbiolina azzurra del crepuscolo in quel breve intervallo tra orrore e orrore, che è come uno squarcio nelle nubi, come il grido selvaggio della vita nella breve pausa tra la morte e la morte! Chissà che fra un paio di giorni non si sia attaccati ad un reticolato con le ossa fracassate, a urlare, a mori di sete, a crepare..." (21)

Note

1)Salsa, C. Trincee: (confidenze di un fante), Milano: Zonzogno, 1924?, p.42.
2)Ivi, p.76.
3)La grande guerra, Milano: Mondadori, 1968, p.86. Sulla "teppa" si legga questo significativo brano: "Si ha un bel gridare alla teppa, quella teppa contro cui oggi ovunque s'imprecava è quella stessa che fu da tutti osannata quando col pugnale alla mano compiva in trincea le sue tristi gesta..." (R. La disoccupazione e l'enrome rincaro della vita generano la rivolta..., Il Martello, n.29, 8 lug. 1920).
4)Lo scrittore Luigi Bartolini scrisse a proposito delle trincee: "Trincee: luridi cunicoli, budella che erano sporche di sterco e di fango e che puzzavano di fradicio o di cloruro di calcio vuotato dai soldati dell'infermeria sopra i cumuli dei cadaveri. Arrivava una granata da 305; e la trincea si spappolava, la terra si ricuciva, i vivi vi rimanevano sotterrati (citato da: Isnenghi, M. I vinti di Caporetto, Padova: Marsilio, 1967, p.24). Sulla preparazione delle trincee il famoso scrittore Ludwig Renn, già combattente sul fronte francese e più tardi volontario nelle Brigate internazionali, raccontava: "Cominciammo a scavare... Giusto fondo due spanne trovai calcare bianco. Chiesi in giro una gravina, ma nessuno rispose. D'altro canto era un perder tempo cercare di intaccare lo strato calcareo con la vanghetta; perciò grattai la terra scura attorno per più largo spazio e me ne feci un terrapieno" (Renn, L. La guerra, Milano: Treves, 1929, p.105).
5)Melograni, P. Storia politica della grande guerra, 1915 - 1918, Bari: Laterza, 1969, p.9.
6)Le origini della guerra del 1914 e dell'intervento italiano nelle ricerche e nelle pubblicazioni dell'ultimo ventennio, I quadreni di Rassegna sovietica, 1968, n.2, p.213 e seguenti.
7)Ivi, p.214.
8)Mussolini: quattro testimonianze / a cura di Renzo De felice, Firenze: La nuova Italia, 1976, p.21.
9)Melograni, P. Storia politica della grande guerra..., cit., p.11-12. Salsa narra di un ufficiale armato solo di un frustino (Salsa< C. Trincee..., cit., p.77).
10)Ivi, p.42.
11)Melograni, P. Storia politica della grande guerra..., cit., p.10.
12)Ivi, p.3.
13)Ivi, p.34.
14)Salsa, C. Trincee..., cit., p.74-75.
15(Vedi il cap.II.
16)Salsa, C. Trincee..., cit., p.74.
17)Lussu, E. Un anno sull'altipiano, Milano: A. Mondadori, 1975, p.94.
18)Ivi, p.70.
19)L.C. Testimonianza raccolta a Follonica. Si vedano anche i ricordi di Emilio Conedera, fante in Libia nel 1911 e nel Veneto dal 1915 al 1918.
20)Portanti, Narciso. Testimonianza orale, dove viene sottolineato un altro problema drammatico per chi stava :"in faccia al nemico": gli errori dell'artiglieria italiana, che nei cannoneggiamenti, che precedevano gli assalti, spesso colpiva i fanti italiani, invece delle trincee e dei reticolati austriaci.
21)Remarque, E. M. la via del ritorno, Milano: A. Mondadori, 1966, p.243-244.



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