LA RISVEGLIA
quadrimestrale di varia umanità
Numero 2 Settembre - Dicembre 1999


Rodolfo Valentino
l'inatteso

di Gianna Ciao Pointer


Le pagine che seguono fanno parte di una ricerca più ampia e ancora inedita, che Gianna Ciao Pointer ha realizzato sulla figura e l'arte di Rodolfo Valentino. Le pubblichiamo, ringraziando l'autrice - apprezzata fotografa e saggista che vive in Francia - dell'autorizzazione.


Rodolfo Valentino ebbe, agli occhi di molti, tre colpe imperdonabili: bellezza, seduzione, successo; attribuzioni che il saggio ritiene si debbano fare perdonare. Non immaginiamo Valentino turbato da certi rimorsi. Gli spettatori lo adoravano e, dopo la sua morte e le esplosioni di dolore e disperazione, che le fecero seguito, scese adagio l'oblio, favorito da una critica precipitosa sulla sua professionalità che riduce Valentino al ruolo di latin lover dallo sguardo languido come atout.
Valentino, consumato il suo soggiorno newyorkese, entra a Hollywood con la sua capacità di danzatore, dopo l'usuale gavetta dell'emigrante. Egli fu per Hollywood un affare d'oro e tale rimase per molto tempo, anche da morto, poiché quanto lo concerneva, inclusi gli spezzoni di films, dove interpretava modeste particine, venne rivenduto a prezzi altissimi.

Poi il cinema dimentica, il mondo dimentica "l'amato", morto a New York di ulcera gastrica, malattia dalle implicazioni psicosomatiche che mette in risalto quanto si fosse battuto, per riuscire, l'emigrante Rodolfo Guglielmi. In linea di massima non crediamo che la vita di Valentino, prima di accedere allo "splendore" dello schermo e durante il successo, abbia mai conosciuto, forse per necessità, le eleganze, di cui può essere prodigo il gioco degli scacchi, tra una mossa tattica e una strategica. La Hollywood del film muto rimane particolarmente grossolana e perfida senza una delle grazie, che vengono oggi concesse ai prodotti del tempo fossile. Valentino resistette, data la sconfinata ammirazione prodigatagli da uomini e donne, anche se qua e là serpeggiavano pettegolezzi alimentati da un articolo, in cui si diceva - a causa dell'eleganza androgina dell'attore - che non poteva viaggiare senza il suo portacipria.
Fu questo che valse, probabilmente, a Valentino il soprannome di "piumino da cipria". Forse il giornalista aveva dimenticato che la danza, nel suo procedere, è ermafrodita, e che Valentino, in possesso di una grazia quasi animale, aveva acquistato il biglietto di ingresso a Hollywood, ingresso perseguito, atteso, anelato.

Rodolfo Valentino, arrivato come emigrante e assurto a un successo mondiale, doveva vedere i suoi films come rappresentazioni mirabili, che giustificassero una sorta di sogno pratico, atto a concedere le spese folli, di cui non si privò e adeguandosi alle stravaganze, in effetti poco immaginose, che si muovevano dagli Studios fino all'oceano.
Vale la pena di sottolineare che quanto fuorusciva dalla vita privata e dal lavoro cinematografico doveva aggiudicarsi il consenso del perbenismo hollywoodiano, al quale tutti si sottomettevano di buona o cattiva volontà e pochi si tenevano fuori, pensiamo a Keaton e allo sdegnoso Erich von Stroheim.
Qui ci interessiamo di Valentino come artista, quindi non andiamo a rintracciare i suoi percorsi, ma dobbiamo sapere che aveva un diploma di perito agrario, che certo non scardinò le coltivazioni del West, e che aveva chiesto la cittadinanza americana. Si sapeva anche che aveva una bella voce mai conosciuta dai suoi ammiratori, in quanto morto prima dell'avvento del sonoro.

Hollywood, come tutte le collettività, specialmente quelle derivate dalla colonizzazione dell'ovest, fu recinta dalla volontà di conformarsi e di imporsi, per cui le diversità, quando c'erano, venivano nascoste e quelle giudicate pericolose venivano sottratte ai giornalisti, che si rifacevano inventando o ingigantendo le minime sciocchezze, mentre i produttori si precipitavano ad ammonire e punire i renitenti. Tutto sommato, il principio era: se volete farlo, fatelo in modo che non si veda e non si sappia. L'Eldorado andava protetto perché era il centro nervoso dove si fabbricavano i racconti, il falso ordito dove tutti dovevano assuefarsi all'eterna manovra che indica nello spettacolo la distrazione, il bouc emissaire e il guadagno. Nel cinema americano, forse più che negli altri, uno spettacolo che non rendesse una quantità di biglietti verdi veniva fucilato. Ancora nascevano e poi affioravano le fortune improvvise e in mezzo al gioco delle probabilità e capacità si impegnavano tutti: la fortuna rimaneva, si ingigantiva in una terra in costruzione, e chi perdeva si sparava una revolverata.

Dicono ancora oggi che l'osmosi statunitense sia fortissima, ma perdere la propria cultura è perdere tutto. E la cultura di cui parliamo vale in quanto allacciamento critico. D'altra parte gli emigranti passati via Ellis Island avevano perso il senso critico, spinti dalla necessità a lavori duri, chini sulla sopravvivenza in un sistema giovane, che interpretava la realtà per camuffarla. In tale situazione bastavano pochi cents per andare a sognare o a distrarsi. Il potenziale del pubblico, che andava al cinema, era enorme e non faceva che crescere. Se il sistema giovane era duro, quelli centenari non si tenevano indietro e nei confronti del cinema non avevano avuto un Edison per iniziarne l'industrializzazione.
In tale realtà Hollywood poteva permettersi i prodotti, che le convenivano, e la fauna che la popolava e la faceva forte premeva in quella direzione.
Già vi si muoveva Gloria Swanson con novecentomila dollari l'anno ricevuti dala Paramount, attrice di superficie che troverà infine la gloria in "Sounset Boulevard" (1950). D'altra parte gli Stati Uniti erano appassionati dalla novità, una caratteristica che non si riscontrava in Europa. Gli inglesi, nelle loro vaste mappe di originalità e nella reverenza per le gerarchie del conforme, guardavano da una certa altezza questi cugini, che potevano avere delle scivolate in comune con loro, "salvo il linguaggio".
Così affermava un detto popolare, che ai tempi della seconda guerra mondiale si arricchiva di un secondo concernente i G.I.: "overpayed, oversexed, overhere".

Anche Hollywood amava le novità, magari di cattivo gusto, ma un gusto doveva averlo, e Valentino rappresentò una novità, probabilmente per lo straordinario pathos che gli conferiva il ballo e di cui mancava nel quotidiano. L'esistenziale di Valentino, spinto da congetture di gloria e da una volontà che presagiva chissà quali incanti, era stato soggetto a lotte quasi sempre rudimentali e spesso feroci, dalle quali germinò l'ulcera gastrica. Non vediamo in Valentino l'ironia, né il senso del ridicolo. Lo si vede benissimo danzare il paso doble, l'one step, il fox - trot, il tango argentino, quello gauchesco nato accanto al Rio della Plata, una danza centrale nella cultura argentina, più importante forse degli eroi popolari: Fierro ( nella letteratura ), Formica Nera ( documenti giudiziari ), quando esisteva un individualismo argentino e Borges poteva scrivere che un aforisma come quello di Hegel: "lo stato è la realtà dell'idea morale", appare ( all'argentino ) uno scherzo sinistro. Guai se pensiamo a recenti percorsi dell'Argentina. Forse ai tempi di Valentino, Buenos Aires era come scrive Borges e comunque il tango argentino entusiasma ancora oggi. Evidentemente il futuro attore dominava questa danza, vi si perdeva. Questo è possibile. Più difficile vedere Valentino danzare il charleston, danza allegra e ricca di risate. Può averlo fatto, ma il suo quotidiano è serioso o così ci sembra. Poi magari era un mattacchione, ma niente della sua vita a Hollywood lo conferma.

Rodolfo Guglielmi era qualcuno che si prendeva sul serio, deciso ad affermarsi e a stupire. Ci riuscirà, determinato a calcare con silenziosa e forse sorridente arroganza il set e a passare tra gli studios con negligente indifferenza e infine a spendere denaro, molto denaro, come si addiceva in un ambiente, dove si parlava di million dollars. Non si sente in Valentino un minimo di introspezione o l'arrivo possibile di una "gigantesca felicità".
A diciotto anni era andato emigrante, perché il sud italiano gli stava stretto e privo di positive proposte, e a forza di volontà, di fatiche, di percorsi a zig - zag, l'America lo aveva innalzato. Tutto questo sembra evidente, ma giova porlo in risalto, perché non si arriva dall'uomo all'attore, bensì ad un attore che vive in sé e di sé, che può usare positivamente l'esagerazione senza essere "bassamente romantico", una esagerazione, che nel privato si esterna con le spese folli, non potendo contare due divorzi come eccessivi, dato il ritmo dell'ambiente in cui viveva.

Bisogna tornare alla danza, che Valentino conduce con passione, riversandone l'effetto esteriore sulla partner, che però non riceve effettivamente alcun trasporto, essendo la danza il mezzo e il fine di quella passione. Valentino si muoverà sullo schermo intorno alle donne con leggerezza, toglierà loro mantelli e scialli, con una grazia mai più rivista sullo schermo, le bloccherà con l'espressione diversa, lo sguardo diverso: Valentino il seduttore.
Nel 1977 Ken Russell gira il film "Valentino" e non a caso ne sceglie come interprete il danzatore Nureyev, magnifico come "ballerino Valentino", ma non adatto a una interpretazione convincente. Il film, che apre con l'assalto alla bara di Valentino, sequenza riuscitissima, cade poi in un anonimo racconto. Il pubblico fa una modesta accoglienza al film, ai giovani Valentino non dice nulla. Qualcuno lo ricorda come un tipo dai capelli impomatati, cartolina illustrata degli anni venti.
Valentino ha un corpo efebico e muscoloso, unica ambiguità del giovane uomo che, nella vita privata, non ha l'aria di un consumatore di donne. Forse Russell nel suo film vedeva in Nureyev un'attendibile similitudine con l'attore, forse contava su un mito seduto sullo "sconsolato oblio", forse sul richiamo retrò o forse, ridando vita a una figura di larghi, anche se passati, approdi, contava moltissimo sugli incassi. Forse il suo film era nato sotto l'auspicio del tanto denaro: "nessun uomo è impossibile".

Quando Valentino marca il suo ingresso a Hollywood, tra case di produzione, arricchiti, volgarità, fondali di cartone, calcola totalmente sulla sua futura carriera di attore. In attesa di divenire il primo cittadino del mondo cinematografico, sarà un aspirante che lavora attraverso la danza, mestieri diversi, particine strappate qua e là. La bellezza di Valentino si fa sempre più evidente e il suo sguardo sembra promettere chissà cosa, ben al di sotto degli apporti amorosi del giovane uomo nelle maglie della sua carriera.
Allora pochi si chiedevano cosa fosse il cinema di fronte al mondo, cosa potesse dire, cosa diventasse una storia che si faceva immagine nell'artificio. Hollywood non era il luogo adatto a queste domande e Valentino in Hollywood non se l'era quasi certamente mai poste, essendo concentrato a realizzare quello che riteneva essere il proprio destino. In effetti la realtà superò la sua immaginazione.
Danzando, danzando, Valentino scioglie il nodo d'ingresso agli Studios, dove si aggirano Chaplin, Keaton, Lou Chaney ( Lo Sconosciuto, 1927 ) e dove sta sdegnoso Eric von Stroheim. Questi nomi corrispondono a una serietà di presenza e di lavoro. Niente in comune con Fatty ( Palla di Lardo ), che si trovò immischiato in un omicidio - era un presunto colpevole - commesso durante una festa in casa sua quando una ragazza venne uccisa con una bottiglia di birra introdottale nella vagina: tutto finì in niente perché la polizia non trovò quella bottiglia. E' persino scandaloso riportare questo delitto, ma è un fatto che dà una ulteriore misura di Hollywood.

A parte i nomi citati sopra, gli Studios sono fitti di sottoprodotti, quali Branco Bill, Tom Mix, Hoplaong Cassidy, Buck Jones, William Hart ( 1900 - 1915 ). Il Western è già una leggenda stabilita e si continuano a produrre film di violenza e " il razzismo coabita felicemente con la giustizia " ( Verso l'Ovest, un nuovo Mondo, ed. Gallimard ). Tutta questa gente non tentava nemmeno di recitare e si esprimeva con gesti esagerati. La critica è seppellita o indotta a scrivere in un certo modo - e già si vede la differenza del giornalismo californiano che tratta del lavoro e quello che parte alla rincorsa degli scandali nella vita privata dei divi. Vigeva il cronico sistema dell'hire & fire, che trova in Hollywood un terreno favorevolissimo. Siamo in una società minuta, dove tutti parlano male di tutti, e naturalmente il dollaro sostiene qualsiasi impresa purché renda. In un mondo simile non c'è nessun rapporto tra l'aspirante democrazia, la rappresentazione dei falsi valori sostitutivi e le masse inebetite dallo schermo.

Siamo negli anni venti, si aggirano negli Stati Uniti i virtuosi del proibizionismo e i fedeli dello speakesy, locali di ogni imbroglio e generalmente allegri. I padrini girano su un sentiero cosparso di morti, il gangsterismo sboccia e si impianta nelle città e si rivela nelle guerre di strada, dove muoiono i coinvolti e gli innocenti. Al Capone sta facendo una gran carriera, che giungerà al culmine nella famosa giornata di San Valentino. Comunque chi poteva faceva festa clandestinamente e il jazz, da solo, purificava l'aria di Chicago & Co., introducendo dei nomi divenuti famosi. Gli "incorruttibili" cercavano di continuare la tradizione dei pilgrim fathers e il loro credo era contiguo al mazziniano: Dio, Patria, Famiglia.
A Hollywood il potere era nelle mani di Mayer ( 1914 ), che annunciava: " Me ne infischio dell'arte, cerco di far quattrini ", e il cui motto, sullo schermo, sarà " Ars gratia artis ", sovrastato da un simpatico leone ruggente. Il cinema ossequiava gli addetti al potere attraverso un sistema applicato da Zukor, da Selznik e altri col motto: " Attori famosi in opere famose ". Per esempio, " Il Fantasma dell'Opera " ( 1925, Rupert Julian ) ha successo come uno dei primi film dell'orrore.

Valentino è ufficialmente il seduttore bellissimo che si conforma, per cadere, infine, in mezzo ai dollari. Dà tanto poco l'idea nel suo privato d'affamato di donne, ma è affamato di soldi, che spende rapidamente. Il biglietto verde, comunque, brucia le dita e gli animi, ma non riesce a mettere insieme dei films. Valentino soppianterà il resto degli attori per diventare l'amante assoluto, l'immagine che schiaccia tutto. A ridosso di Valentino, Mary Pickford, la fidanzata d'America, che decima il cuore degli spettatori in film fasulli, pura, innocente, mantiene quel ruolo per molti anni, in storie ripetute, dove mai c'è un solo segno del mondo dell'assurdo, dell'immaginario, ma solo il volontario adattamento di una realtà alterata per commuovere le folle che ci fantasticano.

A parte Griffith, anche lui con i suoi abusi, Hollywood celebra l'esteriorità e il falso primitivismo, le prove fallite di Sennet, di Ince, di Porter. Lo stesso Griffith, con " La nascita di una Nazione " e " Intolerance ", mette insieme due films, che trottano parallelamente al potere, è formale, vuole attirarsi il consenso e nelle storie, attraverso riuscite scene di massa, stritola il reale per innalzare il suo inno alle gerarchie, agli ordini plurimi e offre alle folle il passo verso la " normalizzazione ", confondendo di proposito ladri e gendarmi, sante Caterine e lavoratrici del sesso. Soprattutto farà viaggiare la ricchezza, trasformandola verso terre irraggiungibili. Griffith è il probo viro hollywoodiano, ma ancora il denaro si fa più gigante del consueto: gli incassi del cinema ultrabuoni, perché si tratta di una industria in crescente sviluppo, non ancora sgualcita dalla TV e che stupisce per la sua facilità. L'importante è continuare su quella strada, prevedere le eventuali reazioni e i dissensi per recuperare i colpevoli e i renitenti, metterli in castigo per cattiva condotta e rilanciarli al momento opportuno, quando le infrazioni alla legge cinematografica si siano allontanate dalla memoria del pubblico...


La Risveglia nuova serie on-line del giornale fondato nel 1872