LA RISVEGLIA
quadrimestrale di varia umanità
Numero 2 Settembre - Dicembre 1999


1975
Incontri a Marsiglia


Luglio 1975. Domani partirò per Marsiglia. Milo mi ha fatto sapere da Parigi che forse Cruchandeau abita ancora nella grande città fondata dai Focesi. Per rintracciarlo mi dovrò rivolgere a un loro comune amico, che frequenta ancora la "Bourse de travail" di Marsiglia. Cruchandeau - continua la lettera - conosceva bene Piero e Pino e nell'estate del 1936 si impegnò molto per organizzare, alle Bocche del Rodano, la raccolta di armi e altri aiuti per i miliziani trotskisti, che combattevano sul fronte aragonese.
Nel mio programma è compresa una sosta a Nizza per incontrare Celso Persici. Sofrà me ne ha fornito il recapito."E' vecchissimo, non stancarlo con troppe domande", si è raccomandato.

Alle 23,45 parto da Follonica, solo a Livorno trovo un posto per sedermi, alle 4,40 arrivo a Genova, mezz'ora di sosta e poi via, verso Ventimiglia. Un rapido controllo dei documenti alla frontiera e alle otto e mezzo eccomi a Nizza. In un'edicola compro una guida illustrata, che mi servirà a visitare le cose notevoli della città, prima di presentarmi da Persici verso le sedici, per evitare la figuraccia che feci con Giorgio Salvi qualche anno fa, arrivando a casa sua alle due e mezzo, mentre stava ancora desinando. Seguendo i suggerimenti dello stampato, mi inoltro nella parte vecchia di Nizza, che assomiglia, per le sue vie strette, ai carruggi genovesi: il quartiere è molto pittoresco, la gente va e viene, indaffarata, e i negozi brulicano di visitatori e di turisti. Dopo aver preso un "café au lait" in un bar piccolissimo, dove si fatica a entrare, mi fermo per un'ora al Museo Masséna (l'antico generale di Napoleone), che la guida segnala perché ospita una "mostra permanente di primitivi nizzardi", che non riesco ad apprezzare granché, poi mi incammino verso la più celebre passeggiata di Nizza, quella "Promenade des anglais", che la colonia inglese aprì centocinquant'anni fa, quando la città faceva ancora parte del regno sabaudo. La giornata è bella, il vento, che spira dal mare, attenua la calura... Verso le quattordici mi infilo in una locanda per mangiare qualcosa. Per secondo chiedo un'insalata mista e un formaggio "tipico" e, mentre aspetto, ripenso a De Gaulle, il quale sosteneva - ma chi me l'avrà raccontato? - che un paese che produce tanti formaggi come la Francia non può essere sconfitto. Chissà perché...

Più tardi mi muovo lemme lemme (non sono ancora le sedici) verso l'abitazione di Persici. Suono, risponde il figlio, che mi fa salire. Mi presento, spiego che da qualche anno mi interesso dell'emigrazione antifascista, per questo vorrei parlare con suo padre. Celso Persici ha un'ottantina d'anni ed è seduto su una poltrona, dalla quale non si sposterà mai durante la nostra conversazione...
Mi chiede di dove sono. "A Marsiglia - dice - c'è un tuo paesano, Jules Bacconi..." "Lo so, me ne hanno parlato Hugo e Siphra Rolland, conto di passare da lui". "I francesi mi cacciarono di qui al principio del 1936, per questo dovetti rifugiarmi a Barcellona, dove mi sorprese la rivolta dei militari. Quando sono arrivato in Catalogna, laggiù c'erano già Granata, Tralci, Quisnello Nozzoli e altri anarchici italiani. Un piccolo gruppo, molto combattivo. Il più conosciuto era forse Tranquillo, che ogni settimana spediva i suoi articoli al giornale di Bertoni e all' "Adunata". Dopo la guerra civile sono stato internato dai francesi in un campo algerino di "sorveglianza speciale", dalle parti di Orano..."Ascolto, faccio poche domande, memore delle raccomandazioni di Sofrà, e prendo rapidi appunti. Il figlio è pieno di attenzioni per l'anziano genitore, l'affetto che lo lega al padre traspare da ogni suo gesto.
Il tempo vola, non voglio disturbare oltre, ringrazio e mi congedo, stringendo calorosamente la mano ai miei due ospiti.

Tre ore dopo scendo alla stazione di Marsiglia: la città, rumorosa e caotica, pulsa di vita frenetica. Attraverso la Cannebière, la più grande arteria della città, dove il traffico scorre disordinato e intenso, e mi sistemo in una modesta pensione.
L'indomani mattina sono alla Camera del lavoro. Mi dicono di ripassare alle tre del pomeriggio: ci troverò l'amico di Milo, René, che giunge con puntualità svizzera. E' alto, secco, capelli grigi, ricci, rughe profonde sulla fronte e intorno agli occhi. "Cruchandeau? E' stato molto attivo nella prima fase della guerra di Spagna, faceva parte di un'organizzazione rivoluzionaria, curava gli aiuti ai compagni, che erano andati a Barcellona. No, io non ho conosciuto gli italiani, di cui mi parli, salvo Pino, che fece - dopo essere uscito dalla Spagna - lo scaricatore al Porto con me e con Milo. Cruchandeau l'ho perso di vista tanto tempo fa, durante la seconda guerra mondiale abbiamo preso strade diverse, lui è diventato gollista. No, non so dirti se sia ancora vivo. Prova a informarti all'anagrafe della città. I vecchi compagni, che potevano esserti utili, sono morti tutti, chi durante l'occupazione nazista, chi dopo. Saluta Milo da parte mia".

Torno sulla Cannebière e in un "bureau" d'informazioni mi faccio dare un orario a stampa degli autobus, che portano alla Camargue. Poi scorgo in bella evidenza nella vetrina di una libreria un grosso "tomo" di David Rousset: "La société éclatée...", entro e ne chiedo il prezzo. Il commesso mi risponde, senza riuscire a nascondere una certa curiosità (non deve averne vendute troppe copie), poi impacchetta il volumone (sono la bellezza di 800 pagine: chissà se riuscirò mai a leggerle tutte) e me lo dà. Dieci anni fa ho scorso con interesse un altro libro di Rousset, l' "Universo concentrazionario", da lui scritto negli anni seguenti al ritorno da Buchenwald, e solo più tardi ho saputo che Rousset aveva tentato di indurre, nell'estate del 1936, il leggendario Abd - el - Krim a sollevare il Marocco "spagnolo" contro Franco.
La sera vado a cenare, dalla parte del Quai des Belges, in un locale popolare, che mi ricorda le "fondas" spagnole, e la vecchia "Pergola" di Follonica. Non conosco nessuno, ma i presenti sono cordiali, allegri e rumorosi e mi fanno sentire a mio agio. Il cibo è un po' saporito, la mia gastritella non ne trarrà giovamento. Assaggio un vinello locale: un bicchiere, perché non reggo gli alcolici.

In uno spiazzo c'è un'orchestrina, la gente balla: gruppi di ragazzi e ragazze si esibiscono in numeri di grande abilità, la gente applaude, i ballerini ridono compiaciuti.
Come d'abitudine, non faccio tardi e alle ventidue sono alla pensione, dove leggo per un'oretta un romanzo, intitolato: "Duri a Marsiglia". L'autore (Giancarlo Fusco) finge di essere un esule politico, che per guadagnarsi da vivere passa - senza troppe remore - dalla traduzione di testi libertari a quella di libri porno. Un mio amico di Follonica, che ha conosciuto Fusco a Lucca, dice che è persona spiritosa e brillante. E il libro lo conferma.
La mattina dopo prendo un pullman per la Camargue, dove non riesco a vedere quasi nulla, perché non mi sono munito né delle calzature, né degli abiti adatti per spostarmi su un terreno semipalustre o camminare lungo gli argini dei canali. Ci sono, è vero, un po' di cavalli e qualche vacca (che mi sembrano, a dire il vero, uguali a quelle che Sirio Butelli tiene nella zona dei "loppi", a tre km. da casa mia), ma di fenicotteri rosa e anatre variopinte nemmeno l'ombra... Al ritorno perdo una coincidenza, così sono costretto a farmi a piedi (nessuno si ferma per darmi un passaggio) non so quanti chilometri fino alla periferia di Marsiglia. Qui riesco a prendere un pullman, che però mi lascia in fondo alla Cannebière, obbligandomi a risalire penosamente (ho i piedi gonfi e doloranti, dannate scarpe!) quasi tutta l'arteria. Alla sera mangio qualcosa in una trattoria e rientro subito alla pensione, dove mi addormento di colpo.

Tre giorni dopo salgo di buon'ora su un autobus diretto alla Capelette. Ho l'indirizzo di Bacconi e spero di trovarlo in casa. Invece è uscito. Una vicina mi dice che "Jules" è andato al mercato, non sarà di ritorno prima di un'ora.
Per ingannare l'attesa, giro per il popolare quartiere, dando un'occhiata alle case, alle chiese e ai monumenti e fermandomi davanti alle bancarelle. L'ora è ormai passata quando sono di nuovo davanti alla casa di Bacconi. La vicina è ancora lì: "E' arrivato da qualche minuto". Mi avvicino allo stabile. Bacconi abita al piano terra di una casa molto modesta, che aspetta da chissà quanti anni una mano di vernice. Busso. Una persona anziana mi apre. "Vengo da Follonica". "Entra", mi dice gentilmente e mi indica una sedia.

L'uomo, che mi sta di fronte, è piccolino, ha i capelli bianchi e le spalle larghe, porta una camicia chiara, i pantaloni di color marrone. Ha la fronte ampia, lo sguardo acuto. Gli dò - lì per lì - un'ottantina d'anni, lo trovo decisamente simpatico. Sono davanti all'ultimo direttore del "Martello" di Piombino, il foglio sindacalista, del quale furono gerenti o collaboratori uomini, che non ho conosciuto ma che mi sarebbe piaciuto conoscere: il sarto di Suvereto Narciso Fedeli, che ha un nipote a Follonica e un altro a Firenze, il romano Riccardo Sacconi, autore di un trattatello intitolato "La filosofia della teppa", il senese Domenico Venturini e il livornese (era di Collesalvetti) Salvadore Salvadori. Responsabile della Camera del lavoro sindacalista, Bacconi tenne qualche comizio a Follonica, in piazza Sivieri, insieme a Sacconi e a Egizio Cennini, ed ebbe un clamoroso contraddittorio nel 1920 con Gino Spagnesi, uno dei migliori socialisti del mio paese.

Mi dice che vive solo. La madre Parisina - anarchica anche lei - è morta da tanto tempo, la moglie - sorella di un altro fuoruscito, Albino Zazzeri - è stata travolta da un'auto pirata. Ne parla con dolore, chiamandola "ma femme". In Francia è venuto dopo che i fascisti distrussero la Camera del lavoro di Piombino, la sede del "Martello" e la tipografia del giornale, seminando terrore e morte per la città siderurgica. Riccardo Sacconi - racconta - era un oratore brillante e scriveva con molta chiarezza. Grazie a lui e a Salvadori l'influenza dei sindacalisti piombinesi si estese a nord, verso Livorno, e a sud, verso Grosseto. A Massa Marittima - ricorda - venne aperta una Camera del lavoro affiliata a quella piombinese e a Grosseto si formò una combattiva Lega di muratori. "No, i nomi dei compagni grossetani li ho dimenticati. Meno quelli di Eligio Pozzi e di Firmo Biagetti, che vennero arrestati con me nel 1917, durante un convegno clandestino contro la guerra, che avevamo organizzato alla Venturina... La rivoluzione d'ottobre? Non mi ci volle molto per capire che i comunisti avrebbero negato ogni libertà a chi in Russia non la pensava come loro, anche se le notizie sugli arresti, la repressione selvaggia e le sinistre e numerose fucilazioni, comandate da Lenin, Trotsky, Zinoviev, giungevano in Italia con il contagocce. Poi, a confermare quello che pensavo venne Kronstadt... In seguito - sarà stata la fine del 1921, se non sbaglio - fui attaccato calunniosamente su un giornale comunista che usciva a Roma, da un comunista piombinese, che avrà ripudiato chissà quante volte la fede moscovita durante il ventennio. A quelle bugie risposi seccamente, dalle colonne del Martello".

"Quando sono venuto in Francia? Io e mia madre abbiamo attraversato clandestinamente la frontiera a Ventimiglia, fingendo, come facevano in tanti, di essere dei lavoranti stagionali, e ci siamo stabiliti quasi subito qui a Marsiglia, poi sono arrivati Albino Zazzeri, Egizio Cennini e Domenico Venturini. Venturini, che è morto presto, stroncato da un infarto, aveva progettato nel 1917 un attentato a "Sciaboletta", senza poterlo realizzare. Anche Cennini, che era nativo di Monterotondo, e mio cognato, che era originario di Bibbona, sono stati molto attivi". Mentre parla, io osservo le pareti scrostate dell'abitazione e l'umidità che filtra dappertutto, e mi pare profondamente ingiusto che quest'uomo - che ha speso tutta la propria esistenza per la libertà degli altri - viva oggi così dimessamente. Di ciò tuttavia egli non sembra curarsi: è la perdita della moglie - lo ripeterà più di una volta - il suo maggior cruccio. "Io e Gino Bagni - prima che lui ci lasciasse per passare ai socialisti autoritari - abbiamo pubblicato un giornale a Marsiglia, si chiamava "L'ora nostra". Nel 1937 o 1938 ho fatto uscire un altro periodico, insieme a Marcello Gregori, e ho collaborato per qualche anno con Sabatino Gambetti. No, di quei giornali non conservo nemmeno un numero. Qui ho solo un grosso libro autobiografico del Duval e "La fine dell'anarchismo?", di Galleani. Prima di andare in Spagna, dove sono restato per qualche settimana, ho raccolto - con i fratelli Pampana e gli Iacometti di Piombino, con Socrate Franchi, che è stato in Aragona, e con Bixio Sorbi, che è morto in un campo nazista - i fondi per i compagni della Colonna".
Bacconi parla lentamente, mescolando all'italiano qualche parola francese: "Sì, ho conosciuto Schicchi. Che dirne? Sui suoi giornaletti ha calunniato Copetti e Berneri, Auro e Fantozzi... Sono stato amico di Meschi e di Rolland, che allora portava un altro nome. Ci siamo rivisti quando è venuto con sua moglie, una signora lituana, a trovarmi quindici anni fa. Traverso? Il genovese? Sì, ci siamo frequentati..."

Penso ai due anarchici scarlinesi, che, sdegnati per le calunnie di Schicchi, cercarono di impartirgli a Marsiglia, nel 1925, la lezione, che meritava. Il tempo corre veloce, mentre annoto su un quadernetto quello che Bacconi sta dicendo. Siamo ormai alle 12,30 e propongo al mio ospite di andare a pranzare insieme in una locanda. "Qui vicino - mi risponde - non ce ne sono, bisognerà camminare un po'..." Ci avviamo. Verso le 13,30 entriamo in una specie di taverna e ordiniamo un po' di pasta, un piatto di pesce e un'insalata mista, infine ci facciamo portare un caffé. "Quello italiano è più forte, eh?" "Eh, già..."
Saldo il conto e usciamo. Sono le 14,30. "Dove siamo?" "Non saprei, ci siamo persi". "Proviamo a domandare", ma intorno non c'è anima viva. Per fortuna, dopo qualche minuto, scorgo, su un marciapiede, un uomo grande e grosso, con un paio di baffoni a manubrio, che sembra uscito da un dagherrotipo del primo Novecento, e mi avvicino. Gli chiedo da quale parte è la Capelette. Mi risponde cortesemente, in un francese, che è peggiore del mio e di quello di Bacconi, che per arrivarci bisogna andare avanti. Gli fò: "Ma lei è di Napoli!" "Certo, ma come ha fatto a capirlo?" Ridiamo tutti e tre, poi io e" Jules" lo salutiamo e ce ne andiamo verso la Capelette...

Una lettera di Giulio Bacconi.

Marsiglia 25 nov. 1936

Carissimo...
Dunque non preoccuparti ché la busta non ha nulla di anormale, sono io che ho messo della colla supplementare. Ad ogni modo per mandarti il giornale faremo come tu dici. Ma per adesso mi pare che marcia bene. Mi scuserai tanto se da quando ritornai di laggiù non ti scrissi ancora, ma non puoi immaginare il lavoro che ho avuto [da fare] in questo tempo e non dispongo che di qualche ora la sera. Ma adesso riprenderemo il corso dei nostri rapporti utili.
Dunque, sai, le mie impressioni laggiù [a Barcellona] furono stupende, non si ha abbastanza occhi grandi per poter tutto osservare ed ora sempre più si perfeziona. Certo che è dura e lunga e anche a Madrid ci hanno dovuto mettere mano i nostri radicalmente, ed ora sembra che trovino una compagine solida.
Adesso all'orizzonte appaiono nubi gravi di competizioni internazionali, non so se dalla stampa di là ne hai una concezione esatta, ma non credo, pertché sai noi sappiamo che i colpi di testa internazionali dei ribelli rivestono un carattere di bluf per intorbidare le acque, l'epoca è dinamica e può darsi che scherzino col fuoco.
In Italia la situazione è grave, l'inverno sarà duro duro per il popolo. Da questa parte siamo messi in condizione di non poter più fare nulla, i nostri di laggiù, soprattutto in un centro nostro importante, sono stati bloccati, quindi la situazione si fa delicata...

Giulio


La Risveglia nuova serie on-line del giornale fondato nel 1872