LA RISVEGLIA
quadrimestrale di varia umanità
Numero 1 Maggio - Agosto 1999


Nicaragua `88

Lavorare in una cultura "altra"

di Francesco Bonuccelli **

L'impatto con il Nicaragua è sconvolgente: subito c'è quel caldo umido e appiccicoso, che comincia molto presto (alle cinque di mattina, quando è gia giorno), la notte poi arriva improvvisa (alle 16,30 è buio di colpo, e senza un tramonto), mentre le folate di vento scompaginano le vie polverose, in genere sterrate.
I temporali sono improvvisi e devastanti, durano un quarto d' ora.
In ogni famiglia si contano i morti della guerra civile, spesso ragazzi di 18 e 20 anni, mentre tutto intorno corrono frotte di bambini seminudi e le case che visiti son baracche di lamiera, cartone e pneumatici.

Se aspetti l' autobus, prima o poi arriva un carrozzone vecchio e sconquassato, stracolmo fino all' inverosimile di persone e animali da cortile, poi ci sono quelle ventas, i mille negozietti familiari; con gli indirizzi che tutti ti danno solo in base ai punti cardinali, partendo da un riferimento noto (io abitavo-ad esempio-De Plaza Espana 6 cuadras al lago di Managua,cioè a sud-y 1/2 quadea abajo-sotto,cioè ovest) e all'inizio è difficile orientarsi.

Arrivi in Centro America e scopri anche che manana non vuol dire proprio domani, ma piuttosto un giorno tra i prossimi, mentre gli appuntamenti si danno sempre verso...., che può voler dire aspettare delle ore. E qui è normale.
Eppure si parte convinti di sapere quel che ci aspetta;
stare là dall' '88 al '90 (come avverrà) per lavorare a un progetto di docenza e assistenza in salute mentale infantile, finanziato dal Ministero degli Esteri Italiano e organizzato dal Gruppo Relazioni Transculturali di Milano, una organizzazione NG che si occupa di progetti per la salute mentale in Paesi in via di sviluppo.

Dunque siamo l'equipe italiana che deve lavorare in stretto contatto con i colleghi nicaraguensi (gli omologhi, secondo la brutta e burocratica terminologia ministeriale), con me - psichiatra infantile - ci sono la psicologa, l'animatrice, l'assistente sociale e l'infermiera.

Il gruppo si è formato a Milano, con gli incontri e la selezione dei volontari che hanno fatto domanda per partire, quest'ultima non mi ha riguardato, perché sono stato l'unico medico con esperienza specifica a far domanda.
Per un anno, dieci giorni al mese in media, siamo stati a Milano, un periodo che ci è servito poco a capire cosa ci aspetta ma senz'altro ha consentito a me, a Marina (la psicologa di Fano), a Morena (l'educatrice che vive a Bologna) di costruire un gruppo solidale e affiatato di lavoro; che ancor'oggi, a tanti anni di distanza, mantiene contatti e amicizia.

Quando sbarchiamo in Nicaragua incontriamo una cultura, un modo di pesar la vita completamente diversi, tante cose che i molti libri e i discorsi degli esperti non erano riusciti a trasmetterci.
All'inizio ci sembra impossibile poter resistere due anni, poi comincia ad affascinarci quel modo di pensare, quella pacatezza profonda, la forza in fondo di quella gente, l'ironia sottile d'un popolo, quel modo di vivere i problemi, anche i più drammatici, quel loro senso del tempo e della sessualità diversi.
Dopo cinque o sei mesi siamo tutti soddisfatti di aver lasciato dall'altra parte dell'oceano la fretta di vivere, per qui ritrovare il tempo di pensare, leggere (non ho mai letto con l'intensità con cui l'ho potuto fare in Nicaragua), si comincia ad apprezzare quel modo eccezionale dell'affrontare le disgrazie, si risistemano le gerarchie dei valori.

Quanto al lavoro, dopo poco, ci rendiamo conto che il progetto, così come messo in piedi al tavolino, qui non ha alcun senso; è un progetto e una fortezza vuota quel Centro Nacional de Salud Mental infantil, con psicologi, infermieri e assistenti sociali nicaraguensi (i nostri omologhi); impensabile, inutile in un Paese con grandi difficoltà economiche, di trasporti e infrastrutture come il Nicaragua, in un clima di guerra civile, sostenere quel piano pensato a Milano.

Ecco: Managua '88, qui - in questo Centro - i bambini non arrivano ma li incontriamo a frotte nei quartieri della città e nei villaggi, in montagna dove arriviamo con carovane di muli, bivaccando nelle chiese ospitali, sfidando la minaccia della guerriglia contras.
E' un'infanzia dolente quella che cominciamo a conoscere : con gravi sindromi da sradicamento (frequenti e improvvisi gli spostamenti delle famiglie durante la guerra civile) , con gravissime malattie e gravi sintomi di stress da guerra.

Così decidiamo: uno di noi a turno nel Centro di Managua, gli altri in corsa nelle zone del Paese dove la richiesta diventa sempre più forte.
La guardia al GRT (il Centro di Managua) ci permette di garantire l'esecuzione formale del progetto e di rassicurare l'ambasciata italiana, poi possiamo anche lavorare con la comunità cittadina, gettando le basi d'educazione sanitaria.
Girare il Paese, andare per villaggi comporta invece qualche rischio che corriamo nel mezzo di una guerriglia insidiosa, ma ciò ci consente di entrare in contatto con i problemi della gente e di lavorare, collaborando, con i medici di altri Paesi (in particolare i neurologi e i fisiatri cubani), apprezzando le loro straordinarie capacità organizzative "del nulla che c'è" e il loro saper adattare le risposte possibili alle situazioni reali.

Ecco la lezione del Nicaragua: cercare di sapersi organizzare, di saper valutare la situazione in tutti i suoi aspetti, saper capire subito quale sia il meglio possibile, per fare realisticamente in quel contesto e con le risorse disponibili.
Spesso, oggi, sento parlare molti di ottimizzare le risorse, senza sapere cosa significhi davvero, penso allora che è stato tanto utile lavorare in un Paese in via di sviluppo, dove si può imparare concretamente, dove si può incontrare il dolore altro e dimenticato.

** dott.Francesco Bonuccelli
neuropsichiatra infantile
ASL 9 Grosseto Zona 1


La Risveglia nuova serie on-line del giornale fondato nel 1872