LA RISVEGLIA
quadrimestrale di varia umanità
Numero 1 Maggio - Agosto 1999


Follonica - 2 settembre 1849

Giccamo, il pistoiese
e la barca per il Generale

E' una di quelle mattine fresche e rare d'agosto, con il vento greco che spazza la Marina, alzando sabbia e nubi di carbone. Dalla piccolissima finestra della casupola di mattoni, Giccamo - al secolo Pietro Gaggioli - guarda i lumi del barco livornese del capitano Londi, pensando a quando si incontrarono la prima volta nella locanda di Carolina Billi.
Con quel marinaio, che gli aveva chiesto dove trovare il farmacista Bazzani, qualche tempo prima si era cominciato a parlare delle idee di un certo Mazzini: del bisogno di libertà dell' uomo e dei suoi doveri verso gli altri, di iniziativa popolare e di associazione politica come necessità, e poi di quella Giovine Italia dove si sostiene che operai e contadini possono "distruggere, rovesciare il vecchio edifizio sociale", che l'istruzione deve essere gratuita e per tutti, che i cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge... roba per la quale vale la pena di sognare e lavorare. Ragioni - pensa ora Giccamo - che si eran fatte legge a Roma Repubblica, dove con Garibaldi si è combattuto fino a poche settimane prima.

Quella bettola della Billi, poche centinaia di metri dalla casa di Giccamo, alla Follonica, è da tempo un sicuro punto d' incontro per i democratici del luogo, di Massa e di Scarlino, spesso qui si danno appuntamento uno dei figli di Carolina, Riccardo, che ha sposato le idee sovversive del patrigno Giuseppe Gatti, i livornesi Valentino e Antonio Soldaini con l' attivissimo Giulio Lapini, e l' ebreo Ismaele Valenti con il bracciante Giovanni Cignoni, sempre pronto a sparlare del granduca, il sellaio Fortunato Paci e l' ex guardia del buonificamento Gaetano Butelli.
Al centro delle discussioni, che qui si svolgono senza troppi timori, con la locandiera svelta ad ammiccare l' arrivo di un codino o di un famiglio di polizia, stanno i compiti dei cospiratori e il futuro della rivoluzione italiana.

Mentre albeggia, la piccola lanterna a petrolio rischiara la stanzina, il letto di tavole con il saccone imbottito d' alga, la vecchia cassa rovesciata, che serve da tavolo, il cordame e la sacca di castagne secche, che l' ultimo pistoiese, arrivato da Frassignoni, gli ha portato per conto dello zio Aurelio di Casa Andreani, quattro case fra i castagni, ottocento metri sulle pendici della Pidocchina, e in faccia al monte Cocomero, dove si guarda giù, verso Pracchia, alla stretta valle del Reno, e dove Giccamo è nato quarantacinque anni prima, da Maria Annunziata e Giovanni.
Ora Gaggioli prende un mastello, che sta in un canto della stanza e sistema sul fondo un pacco di lettere, poi ci rovescia sopra un sacco di grano e ripone il recipiente sotto il cordame. Quindi, fra le cianfrusaglie ammucchiate in un angolo, agguanta il morso del suo cavallo, che sta sotto la tettoia, fuori dalla casa; apre faticosamente, facendolo raschiare sull' acciottolato, il bandone, che serra l' ingresso, e prepara la bestia per il viaggio.

Il ronzino è un maremmano, che ha avuto qualche mese prima, barattandolo con il barroccio grande, costruito da Iacopo di Ponte alla Venturina e portato in Maremma dalla carovana dei tagliatori della San Buca, ingaggiati a stagione dall' Amministrazione del ferro.
Poi, a tracolla la borsa, con qualche pugno di castagne e due fiasche d'acqua, Giccamo salta in groppa a quell'animale un po' attempato, ma ancora buono. Ha, come sempre, due coltelli stretti sotto i gambali di cuoio, avvolti da legacci, veste la giubba corta e i calzoni di tela, porta un cappellaccio di paglia a falde larghe e mastica - è vecchia abitudine, la sua - il tabacco macupino.

L'orologio della torre - al di là del muro della fabbrica - suona il terzo quarto dopo le cinque, quando il cavallo muove dalla Marina su per la via Massetana, alle spalle sfilano la dogana, gli scottieri della ghisa e dell'allume. Sulla sinistra si leva la "Casa del servizio idraulico di buonificamento", dove ora c'è un certo ingegnere Passerini, che è arrivato dopo il repentino allontanamento del Raffanini, comandato per tranquillizzare i protestatari di Scarlino.
Sulla destra scorrono - fra le capanne - le poche case in muratura tirate su, qualche anno prima, dal Macciò e dal Preti, dal Fini e dagli Amorotti, poi ecco la bettola dei Soldaini: due giuncai ubriachi ( o mignattai, chi sa) stanno fuori dall' uscio, le gambe stese fra il letame e la sabbia della strada.
Superata la spezieria del Bazzani, in questi giorni ancora in carcere a Livorno per le sue idee politiche, il cavallo sgamba ormai lesto e attraversa il campo fra la chiesa e la fabbrica, dove pascolano i due ciuchi del prete Maggi. Guardando la canonica, Giccamo sorride: gli corrono in mente le immagini di quella sera di marzo, quando il capitano livornese Bordone è sbarcato coi marinai del suo legno a Follonica per obbligare, alzando la voce e punzecchiandolo di spada, il pievano e il suo cappellano Gasparri a benedire l'albero della libertà, non sapendo che il canonico, poco prima, era già stato a tanto forzato dai follonichesi. Alla destra è lo stabilimento, chiuso da mura e cancelli, grigia fortezza del lavoro e della sofferenza, dove fra qualche mese riprenderanno a sgobbare i gerlinari e i fabbrichieri, i portaloppi e i battimazza, secondo un rito di immutabile fatica.

E`cambiata la Follonica da quando Giccamo scese qui nel '18, garzone con il vecchio (e valente) Tomaso Silicani, a murare il forno di San Ferdinando. In quei giorni qui c'era soltanto una casa d'abitazione in mattoni, dove viveva la Vittoria Pierallini, vicino ai forni.
Dal mare e dai colli, a vista, nella piana desolata, solo guglie di fuoco, bagliori e fumi dalle Ringrane.
La malaria trebbiava feroce e i pistoiesi qui sgobbavano sognando il ritorno.
Erano anche i giorni del canuto maestro Giuseppe Nenciarini che al forno vecchio, coi suoi aiutanti, lavorava notte e giorno , mentre sul forno tondo le maestranze della Regìa si prodigavano "con ardore" a tirar su le mura e a montare la macchina soffiante.

Superato il ponticino di Sant'Antonio, Giccamo va per Massa.
Il fondo stradale, tante volte "risarcito" dagli uomini della Magona e dai maestri fiorentini Fraschetti e Romanelli, è irregolare, Gaggioli, che monta a pelo, evita le buche più insidiose.
Dove la via Aurelia incrocia la Massetana, uno dei figli dell`oste Giosafatte Rondelli saluta - un cenno della mano - l'uomo che passa. Ora la strada corre accanto a campi stentati, messi a coltura dallo Zabban, dal Fabbri e dal Fontani, ma anche fra macchia folta a tratti.
Fino a Valpiana il viaggio e` solitario, poi all'altezza dello stabilimento, che è ancora chiuso ( i manifattori torneranno soltanto alla fine di ottobre ), incrocia un birroccino, che scende verso Follonica. Uno sguardo, non un cenno, e Giccamo prosegue, senza fermarsi, verso Massa.

Importante è l' appuntamento a Schiantapetto e non può tardare, troppa attesa per chi sta là potrebbe mettere sul chi vive i gendarmi, particolarmente occhiuti dopo la cacciata - per motivi politici - del vicario Evandro Contri e del cancelliere del Tribunale, Adrasto Veneziani.
Passato il piano dell' Arialla, dove affiorano le loppe brunite dei guerchi, Giccamo sale a rilento ed ecco che scorge un volto amico: è Domenico Verzera, mularo antico e repubblicano deciso fra quelli di Massa; da qualche anno, insieme alla moglie e al fratello, è lui che gestisce un' osteria nel capoluogo comunitativo.
Lo sorvegliano da tempo i commessi di vigilanza, questo Verzera ostile a Canapone e a quegli austriaci che lo han riportato a Firenze, in armi.
- "Bisogna che tu vada fino a Belforte, - gli dice subito - Garibaldi è là, nella macchia, ci ha informati Angiolo Guelfi. Devi far presto, perché occorre metterlo in salvo. Sotto Belforte, ai margini del bosco, troverai un uomo ad aspettarti, è Cammillo Serafini, lui ti porterà dal generale".
- " Son venuto per questo, farò del mio meglio, stai tranquillo".
I due si danno la mano e Giccamo riparte.
Verzera preferisce aspettare, non è saggio che i carabinieri li vedano insieme alle porte di Massa: l'operazione potrebbe fallire.

La strada sfiora ora l'ex padule della Ghirlanda, un tempo regno incontrastato dei bufali, poi si incunea nella folta boscaglia del Pian di Mucini, per salire fino alla biforcazione per Monterotondo e Gerfalco.
Le piante, altissime, formano una galleria, che protegge il nostro viaggiatore. In giro, per diverse miglia, non si vede anima viva. Una ghiandaia, disturbata dallo zoccolio, sorvola la strada, lanciando un acutissimo skree, qualche merlo va a nascondersi fra le chiome degli alberi. Al bivio per Montieri Giccamo incrocia un pastore, mal vestito, che lo scruta sorpreso e accenna un saluto, poi, più avanti, consuma una frugale colazione ai margini della carreggiata e fa bere la sua bestia a una fonte, quindi si rimette in movimento.
Lasciato a destra l'abitato di Montieri, Giccamo prosegue alla volta di Anqua e di Belforte; un'altra sosta, un saluto a due braccianti che puliscono le fosse campestri, sotto un sole ormai cocente, ed ecco, dopo una serie estenuante di tornanti, l'abitato di Belforte. Gaggioli lo osserva dal basso, senza avvicinarsi. Sul rilievo si distinguono ancora le mura medievali, i resti del castello di Guglielmo Aldobrandeschi, un arco a sesto acuto e la pieve trecentesca di Santa Maria.
Alle falde del colle e nell'area limitrofa cresce un folto bosco; è qui che Signorini dovrebbe aspettare l'antico "lavorante" del forno di San Leopoldo, ma dell'uomo non c'è traccia.

Ci vuole prudenza, i famigli sono all'erta, nella zona potrebbero esserci gli austriaci. Un brivido gli corre per la schiena, ripensa ai tanti livornesi fucilati, dopo che la città, tenendo alto l'onore della Toscana tradito da un Guerrazzi molle e arreso a Firenze, si era opposta in armi agli austriaci. Il Bartelloni, il Ghilardi, il prete Maggini e tanti altri sono stati uccisi, il Pigli chissà dove sarà finito, in tanti hanno lasciato la città ribelle, nascondendosi in Liguria o raggiungendo Garibaldi a Roma, per battersi fino in fondo per la libertà nazionale.

Ma, mentre pensieri e immagini gli scorrono per la mente, dalla macchia sbuca un uomo: è piccolo, un po' tondo, ha gli abiti in ordine e si avvicina, è Signorini. Un po' di cautela, poi i due si danno un'energica stretta di mano, Giccamo lo segue nel bosco, il cavallo per la cavezza. Di lì a poco, ecco un mulo con basto carico di due grandi sacche, accanto ci sono due uomini, uno, inconfondibile, è Garibaldi; capelli che cadono sulle spalle, barba lunga, abiti stazzonati, smagrito. L'altro è Leggero Cogliuoli. Sanno già tutto; Giccamo, un po' intimidito, ascolta, attento. Dovrà andare a Piombino, e poi - se lì non troverà un navicello - all'Elba, per affittare un battello. Il legno dovrà essere, per il due settembre, a Cala Martina. Del suo operato dovrà informare Angiolo Guelfi e i suoi amici di Scarlino, che ben conosce. Signorini interviene, insiste perché l'ex "manifattore" di Frassignoni parta subito. A Massa - dice - aspettano Garibaldi, ci sono Riccardo e Giulio Lapini, Biagio Serri, il Verzera, bisogna far presto.

Gaggioli è uomo di poche parole, manda a memoria le disposizioni e si congeda con una stretta di mano dal generale. Signorini gli dà qualcosa da mangiare per strada e gli spiega che dovrà tornare sulla costa, passando per Monterotondo e tenendosi lontano, per quanto possibile, dai centri abitati onde evitare incontri rischiosi. Giccamo riparte, poi, a qualche miglio dalla macchia, fa riposare il cavallo, quindi prosegue fino a Montieri e di qui verso il bivio, dal quale si va a Monterotondo. Cerca di passare inosservato, e quando costeggia i campi saluta fugacemente i contadini, si tiene alla larga da Monterotondo, lambisce le casupole e la chiesa del Frassine, guada il Cornia, sfiora Suvereto e Campiglia, poi, nelle vicinanze della Torraccia, a poca distanza da San Vincenzio, imbocca la via Emilia e procede verso Piombino.
Una volta, quasi trent'anni prima, - ora ricorda, cavalcando - è stato alla cava di Campiglia per tirar su la terra da getti insieme a Domenico Giannini e a Ranieri Pratesi, travolti e uccisi, l'uno e l'altro, dalla malaria tanti anni addietro; e un'altra volta ha portato con un barroccio quella terra fino al magazzino magonale di San Vincenzio.

Adesso, dopo una faticosa cavalcata, è a Piombino. Il tempo stringe, si deve rischiare. Nonostante la stanchezza e la polvere, che lo copre, Giccamo va immediatamente allo scalo, i marinai addugliano cime, caricano provviste, giocano a dadi intorno agli ormeggi; ne avvicina uno, ma qui non ci sono battelli per raggiungere, il due settembre, le costiere scarlinesi.
- "Serve una barca di scarso pescaggio per entrare in Cala Martina, un legno con poca chiglia ma agile nel vento e in mano certa", gli dice subito il nostromo del S.Ranieri, brigantino a palo viareggino, ormeggiato al molo foraneo.
- "Un leudo è quello che ci vuole, e ce ne sono all' Elba di quei liguri che scendono a caricare il vino. E' quella la barca adatta - continua il marinaio - dislocamento lieve e cavallino giusto, muso grosso e culo fino, barca di cammino; sul mare vola leggera come il gabbiano".

"Forse - gli dice il vecchio nostromo - se vuole andare all' Elba, può trovare qualcosa del genere. Faccia presto però, sta per partire un battello, se crede lo presenterò io al padrone del navicello".
Un'ora dopo Gaggioli è a bordo, vecchia la barca e male in armamemto, ciga e rolla nel mare lungo del canale; la traversata, per quanto lenta, va però tranquilla, il vento di maestro porta ad andatura larga nell' isola. A bordo non ci sono curiosi, né tanto meno gendarmi; Giccamo osserva, appoggiato alla murata di dritta, un mare che s' increspa e monta.
Al traverso di Capo della Vita la coperta del barcobestia si anima di grida, i marinai indicando una massa scura e urlando `soffia`, a cinque lunghezze, per una quarta al mascone di dritta: è un capodoglio.
Giccamo avvampa, sente salire l' emozione di tanti anni prima, quando bambino era sceso al Reno, sotto Casa del Vento, a chiappar trote con le mani; stava allora quasi tutto dentro l' acqua, quando gli apparve - silente e maestoso nel verde - il grande cervo, co' palchi enormi; il "suo" cervo.
L'unico cervo della sua vita.

A Portoferraio finalmente scende. E' ormai notte, va a dormire in una locanda modestissima, dopo aver buttato giù - solitario e pensieroso a un rozzo tavolo - un piatto di pasta, con un paio di bicchieri di vino. All'oste, che gli ha chiesto che cosa facesse all' Elba, ha risposto di essere nell'isola per trattare una partita di vino. Nella nuda stanza stenta a prender sonno, preoccupato com'è di trovare l'indomani - impresa non facile - un bastimento che porti Garibaldi in Liguria.

Al mattino, di buon'ora, è al porto.
E' qui che incontra Paolo Azzarrini, padrone marittimo di Lerici, che comanda il Madonna dell' Arena, leudo di cinquanta piedi, bene in armo e pittura.
Un ligure alto, che va leggero, co'l passo largo dei prodieri, volto cotto e fiero, le mani grandi e i polsi forti della gavetta da gabbiere; un'aria simpatica e chiara.

Giccamo lo ferma e gli spiega, cauto, che cosa serve.
Azzarrini si illumina, da tempo Repubblica va sognando e di Garibaldi ha sentito parlare nel suo ultimo viaggio sulla rotta del Sud America, l' estate del '41, in Montevideo, quando era secondo su una goletta viareggina. Pensa anche di averlo visto là passeggiare, il Generale, sul molo della Dogana, verso via Zabala, all'angolo di via 25 agosto.
Dunque Azzarrini è disponibile e pronto: il 2 settembre - si impegna solenne - sarà in Cala Martina, Giccamo stia tranquillo e d'ingaggio ora non si parli.
Una stretta di mano e i due si lasciano; Gaggioli si imbarca su un legno che torna a Piombino, dove recupera il suo ronzino e prende la via di Follonica, cavalcando lungo il litorale sabbioso.

Al Puntone di Piombino supera - con una zattera - il corso d'acqua, a Torre Mozza gira largo oltre il tombolo, e scansa i cannonieri, che ode, ubriachi e lontani, cantar stornelli toscani.
Giccamo ora va lesto sui sentieri sabbiosi dei tomboli, fra ginepri coccoloni e pini marittimi; mentre sulle refole da nord planano i gabbiani, lui è attento ad evitare che il cavallo, stanco, inciampi e ceda.
Alla fine è, di nuovo, a casa; in bottega il figlio Giovanni - ha dodici anni - gli dice di aver discusso, il giorno avanti, con un avventore ubriaco, che non voleva pagare il conto per un macinato di somaro, ma Giccamo non ha tempo: a queste cose, replica secco, penserà dopo. Ha bisogno, invece, di un cavallo fresco, ma come procurarselo, senza dare nell'occhio?
A questo punto gli viene in mente che Severino Capponi ne ha uno, andrà subito da lui, è persona fida e ostile ai codini.

E' già tardissimo, bussa alla porta, Capponi lo fa entrare e ascolta, poi, senza nulla domandare, gli dà il cavallo; Giccamo, malgrado sia da un pezzo calato il sole, parte per Palazzo Guelfi, dove arriva - seguendo l'Aurelia - alle due di notte.
Bussa ripetutamente, si fa riconoscere, può passare.
Nella fabbrica ci sono già alcuni scarlinesi, che ha incontrato tante volte. Garibaldi e Leggero riposano. I massetani che hanno accompagnato l'eroe se ne sono già andati; poco dopo giunge, dal Puntone, Gaetano Butelli, il capopopolo che ha dato molto filo da torcere - nella primavera del `48 - agli ingegneri del Bonificamento e all'agrario Lelio Franceschi.
E', come sempre, estroverso e "iperattivo".

Gaggioli dovrà aspettare Garibaldi alla Fonte del Leccio, lungo la strada che unisce Scarlino al Puntone, all'altezza del Convento di Monte di Muro.
Non può sbagliare: c'è l'alveo di un grande fosso.
Lì - qualche ora dopo - arriva il Generale, insieme a Cogliuoli, a Carmagnini, a Pina, a Fontani e a Ornani.
Gli scarlinesi sono armati, e pronti a tutto.
Insieme a Giccamo ora tutti proseguono verso la costa, ma si deve stare alla larga dai cannonieri che sorvegliano il litorale dal fortino di Portiglioni.
Per questo si preferisce l'itinerario di Val Citerna, che corre dietro il Poggio Spedaletto, e dopo, oltrepassata la via Emilia alla Collacchia, ci si immette nel bosco intricato di Valle Lunga.

La macchia è folta e suggestiva, il sentiero poco agevole, ma sicuro. Alle cinque e mezzo del mattino, dopo una lunga scarpinata, sono tutti in cima a Poggio alla Guardia, davanti è il mare: uno spettacolo stupendo. Alle sei discendono lungo l'omonimo fosso e mettono piede sugli scogli di Cala Martina.
L' attesa è lunga; giornata calma di vento, la barca dell`Azzarrini e` in vista ma si avvicina lentamente, entra in Cala alle nove e il capitano da prua manda un largo gesto di saluto, i suoi cinque compagni di equipaggio manovrano a fileggiare la grande latina del leudo.
Seguono, nel gruppetto dei patrioti, l`acqua alle ginocchia, strette di mano: - "che cosa posso fare per voi - chiede Garibaldi - non vi e` nulla che possa compensare cio` che ho ricevuto. Ma spero di ritrovarvi in tempi migliori"
Per tutti risponde Olivo Pina: - "Un pezzo della vostra pezzuola bastera` a ciascuno di noi. Lo lasceremo come ricordo ai nostri figlioli. Avevamo per unico scopo di salvarvi e consegnarvi all`Italia; volentieri veniamo con voi fino a Genova, se volete"
Garibaldi sorride e scuote il capo: " no, sul mare - dice - non temo alcuno".
Sale a bordo, con lui, Leggero. La barca, lenta, fa vela per nord ovest, favorita dal vento di Mezzogiorno.
Come a un muto segnale tutti gridano "viva l'Italia".
Sono le dieci e Garibaldi è a bordo; si allontana, dopo aver dato, in segno di ringraziamento, a ciascuno di coloro che l'hanno aiutato, un frammento della sua pezzuola. Pina, Ornani, Carmagnini e Fontani tornano a Scarlino, Gaggioli si separa da loro alla Collacchia e a cavallo si avvia sulla via Emilia verso Follonica. Ma alla capanna del Puntone si ferma da Butelli, per informarlo: - " E' partito".
Il vecchio sovversivo di Treppio offre un bicchiere di vino a lui e a quattro persone, capitate casualmente nell'osteria.
La soddisfazione di Giccamo e di Butelli è grande, gli altri sembrano incuriositi, anche se si limitano a bere, senza far domande. Poi Butelli accompagna Giccamo fuori dal locale.
La giornata è limpida, di vento buono, senza nuvole all'orizzonte. - "Proprio il tempo che ci voleva", commenta l'uomo, che ha organizzato, nel '48, l'occupazione dei Prati del Puntone.
- "Sì", risponde, laconico, il nostro Gaggioli.

Dopo qualche giorno giunge a Don Giovanni Verità il seguente messaggio: "Genova 7 settembre 1849. Dil.mo amico mi incarica il nostro Lorenzo farvi avvertito che le due balle di seta sono giunte a salvamento". G.B.Grimaldi


La Risveglia nuova serie on-line del giornale fondato nel 1872